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Al Cinema con il mondo

di Miela Fagiolo D’Attilia

 

 
Il cinema come strumento di educazione, alla mondialità, alla comprensione dell’attualità, dei grandi eventi raccontati attraverso storie di uomini e donne di culture diverse. Ogni film è una storia fatta di immagini in movimento per entrare in mondi lontani da noi, per esplorare culture nuove, per scoprire nei fotogrammi, la grammatica del dialogo tra genti diverse. Vincendo la tentazione di cedere al fascino dell’ esotismo, il cinema ( il più vecchio tra i mezzi di comunicazione moderni, ma ancora il più efficace) non è uno strumento di evasione ma di conoscenza e di “alfabetizzazione”. Un mezzo per approcciare le nuove lingue del dialogo che la sfida della globalizzazione ci impone di conoscere. Per non restare chiusi nei recinti di mondi più o meno piccoli, per non cedere alla tentazione dei fondamentalismi.  
Eppure la stragrande produzione cinematografica dei Paesi del Sud del mondo ci è praticamente sconosciuta,  tagliata fuori dai circuiti della distribuzione internazionale, negletta dalla stampa e dal pubblico di massa , nel migliore dei casi , seguita a un pubblico di aficionados ,presentata in manifestazioni speciali.
Solo pochi titoli, riescono a “sfondare” lo sbarramento dei mercati occidentali. Opere prodotte spesso a basso costo ma di grande valore, come, per  citare alcuni titoli “Salam Bombay” dell’indiana Mira Nair, , “Bashù, il piccolo straniero” dell’iraniano Bahram Beizai , “Central do Brasil”  di Walter Salles, “Guelwaar” del celebre regista senegalese Sembene Ousmane , l’indiano “Monson wedding”, l’iraniano “Viaggio a Kandhar”, il recente “Private” o la produzione israeliana ”Paradise now” firmata dal regista Abu Assad, attualmente in programmazione.
C’è da dire che alcuni”classici” di filmografie straniere sono stati conosciuti soprattutto grazie alla distribuzione in videocassette o Dvd , mezzi che consentono di ridurre le spese di distribuzione di opere importanti, tagliate fuori dal mercato della grande distribuzione nelle sale.
Ai margini dei grandi numeri dell’industria cinematografica , queste opere che vengono spesso dal Sud del mondo, ci ricordano che il film deve restare mezzo di diffusione di tematiche culturali e religiose che aiutino l’uomo a conoscere, a maturare, a dialogare. Invece ci troviamo di fatto a constatare, cifre alla mano, come il “villaggio globale” sia oggi di fatto sempre più ristretto ai cittadini del Nord del mondo, in grado di fruire dei nuovi e vecchi mezzi di comunicazione. Un vero peccato, perché certi film sono delle vere e proprie “chiavi di volta”di realtà umane , delle occasioni per entrare nel vivo di tematiche che allargano gli orizzonti della nostra conoscenza. E il dialogo, si sa, inizia proprio dalla conoscenza.
A dispetto delle logiche dell’industria del grande cinema “d’evasione”, ci piace rileggere le parole profetiche di uno spettatore d’eccezione come è stato Giovanni Paolo II , che più volte ha ribadito come: “La Chiesa considera il cinema come una peculiare espressione artistica del duemila e lo incoraggia nella sua funzione pedagogica, culturale e pastorale. Nelle sequenze filmiche confluiscono creatività e progresso tecnico, intelligenze e riflessione,  fantasia e realtà, sogno e sentimenti. Allo stesso tempo può diventare forte ed efficace linguaggio per stigmatizzare le violenze e le sopraffazioni. Esso così insegna e denuncia, conserva memoria del passato, si fa coscienza viva del presente ed incoraggia la ricerca del dialogo per un futuro migliore”. 
Perché quando il cinema, agorà del terzo millennio, si ricorda di avere un anima, diceva ancora Papa Woitila, può “facilitare l’incontro tra fede e cultura favorendo l’incontro delle persone tra loro affinché non si formi una massa di individui isolati….ma una comunità di persone”.

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