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LA PASSIONE DI SABRINA

Intervista a Sabrina Impacciatore

 

 
di Arnaldo Casali
 
E’ stata Lara Croft prima di Angelina Jolie, in una versione più divertente e a dire il vero anche più sexy. Sarà che ai labbroni plastificati all’americana della figlia di Jon Voight, lei – romana de Roma – risponde con due occhi immensi in cui puoi leggere quella grande, immensa passione per tutto ciò che è recitazione, un fuoco sacro che l’ha portata dal ruolo della Madonna nelle recite scolastiche a quello della Veronica nel kolossal di Mel Gibson, passando per l’imitazione di Marina La Rosa del Grande Fratello.
 
E’ un attrice vera, Sabrina Impacciatore. Di quelle che non recitano solo per esibirsi, ma per entrare nella vita di un’altra persona, per viaggiare attraverso emozioni, mentalità, storie lontane. E questo la porta, in estrema controtendenza rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi, ad affrontare con estrema puntigliosità e concentrazione anche i ruoli più piccoli, e a rinunciare al successo facile per inseguire un sogno più grande.
 
Classe 1968, Sabrina è diventata celebre come comica televisiva in programmi come Macao e Convenscion, prima di debuttare sul grande schermo e interpretare film come Concorrenza sleale, L’ultimo bacio e Manuale d’amore.
Ospite d’onore della serata conclusiva di UniverDays  - la manifestazione organizzata dal Comune di Terni e dal Polo Universitario ternano dal 25 al 27 maggio – è intervenuta al cinema Politeama al termine della proiezione di E se domani, opera prima di Giovanni La Parola, affiancata dalle “Iene” Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu, che è anche il primo film che la vede protagonista.
Per intepretare il ruolo di Ketty, una donna che sogna di aprire una boutique, Sabrina ha voluto imparare il dialetto siciliano, studiando ogni giorno con un “coach” mentre Luca “passava tutto il giorno a rimorchiare, e poi sul set imitava il mio accento!”.
Intanto è in fase di postproduzione N – Napoleone di Paolo Virzì, tratto dal romanzo di Melania Mazzucco, in cui recita a fianco di Daniel Auteil, Monica Bellucci e Valerio Mastrandrea.
 
Cominciamo dall’inizio: come  è nato il desiderio di fare l’attrice?
 
“Da bambina. Era proprio il mio desiderio di bambina e se ci penso mi viene anche da piangere. Perché avevo tre anni, e mi ricordo che già allora sognavo questo:  mi sono esibita per la prima volta sul palcoscenico della Festa dell’Unità, dove mi ha portato mia nonna. E quell’immagine ce l’ho ancora così vivida. Era il mio posto, sai? Poi a scuola, a sei-sette anni, facevo tutte le recite: a Natale ero la Madonna, a Pasqua la colomba; questo era il percorso. A sedici anni ho cominciato a studiare recitazione, a diciotto a fare teatro. Poi ho combattuto questo sogno con tutte le forze, perché pensavo di non essere all’altezza, sia fisicamente che dal punto di vista del talento. Quindi ho studiato altro, ho lavorato. Ho fatto tanti lavori: andavo a scuola di recitazione e per pagarmela facevo le pulizie della scuola. Un cosa molto sofferta, anche perché i  miei genitori erano contrari, sognavano per me un futuro più stabile, e pensavano che non ce l’avrei fatta, quindi mi svegliavano la mattina col quotidiano sulla fronte e mi dicevano: “Trovati un lavoro vero!”.
Così ho fatto di tutto, veramente di tutto: la venditrice di polizze assicurative, ho lavorato in agenzie pubblicitarie, ho fatto la commessa, l’assistente casting, e poi la segretaria di redazione a Non è la Rai; un giorno Boncompagni mi ha chiesto di inventarmi una rubrica, e da lì è partito tutto”.
 
Oggi i tuoi che dicono?
 
“Sono i miei principali sostenitori. Quando escono i miei film li vanno a vedere sette-otto volte, soprattutto mia madre. Mi fanno tenerezza perché una volta li ho trovati che piangevano piegati in due dietro una sedia, dopo aver visto L’ultimo bacio. Non potrò mai dimenticare quel momento”.
 
Tu hai studiato all’Actor’s studio, vero?
 
“Non sono mai andata nella sede dell’Actor’s Studio, ma per tanti anni ho studiato con insegnanti americani sia a Roma che a Parigi, ed è la tecnica di lavoro che più mi ha aiutato, anche se non sono una purista. Ho studiato anche con insegnanti italiani e mescolo le tecniche”.
 
Che differenza c’è tra il metodo di recitazione americano e quello italiano?
 
“La differenza sostanziale è che nella scuola italiana si insegna a rappresentare le cose, emularle, imitarle, mentre all’Actor’s studio si insegna ad evocare emozioni vere, reali, dentro di te; sia attingendo al tuo passato, sia con forme di suggestione molto forti, a cui si arriva con esercizi. Si tratta di evocare emozioni date da situazioni immaginare che usi come sostituzioni. Per esempio, per creare un pianto di disperazione, di lutto, o evochi una tua esperienza passata, oppure la sostituisci con un’esperienza immaginaria ma che abbia come risultato quel pianto di cui tu hai bisogno”.
 
Il celebre metodo Stanislavskij...
 
“Sì, un lavoro molto complesso e faticoso. Arrivi la sera a casa che sei veramente distrutto, mal di testa, spossatezza psichica e fisica, ma i risultati poi si vedono; a me piace davvero, perché amo tantissimo lavorare con le emozioni vere, usare il corpo come strumento, perché questo significa davvero compiere un viaggio, e per me fare l’attrice significa fare un viaggio emotivo all’interno di un personaggio lontano da me; questo significa anche la possibilità di conoscere il mondo, gli esseri umani - ma davvero - entrandoci con tutta l’anima”.
 
Questa immedesimazione la vivi in privato, sperimentando quelle emozioni i cui effetti riproduci poi in pubblico, o sei costretta a rivivere quelle emozioni ogni volta che sei in scena?
 
“No, devi vivere quelle emozioni proprio in quel momento, quando reciti”.
 
Sopra un palcoscenico, a teatro, con il pubblico in silenzio che ti ascolta è relativamente semplice. Ma ci riesci in mezzo ad un set con quaranta persone che gridano, recitando per pochi minuti  - se non pochi secondi - per volta?
 
“Il problema è proprio questo. Che mentre tu stai lì concentratissima, magari appena uscita dalla roulotte dove hai fatto il riscaldamento, la preparazione, arrivi sul set e senti “‘aò, me passate er cavo! Aò ce sta l’aereo fermi tutti!” oppure fanno battute di spirito… quello è un momento davvero difficilissimo. Sui set americani, invece, non si muove una paglia, c’è un silenzio totale. Io ho fatto La Passione di Cristo con Mel Gibson e sul set non volava una mosca, per cui la concentrazione di un attore era completamente rispettata. In  Italia c’è un metodo di lavoro diverso, gli italiani sono molto più pragmatici, disincantati. Poi il cinema in Italia si fa a Roma e i romani sappiamo come sono: famo, annamo, dìmo.
Per cui devo dire che quella di mantenere la concentrazione è una grande difficoltà, e quindi a volte capita che non sei felice della scena che hai fatto, e torni a casa insoddisfatta...”
 
Poi magari ti trovi con un collega a cui piace cazzeggiare o fare scherzi, come ti è successo con Luca e Paolo sul set di E se domani
 
“Già, e poi comunque ci sono colleghi che lavorano in modo completamente diverso. Il metodo ti insegna molto ad ascoltare l’altro, così se quell’altro lavora con un metodo diverso, su un registro diverso, e  se tu ti intoni a quello ti allontani dal tuo lavoro e puoi risultare stonato. Però alla fine io personalmente quello che applico è: cercare il più possibile di credere veramente a quello che sto facendo, di suggestionarmi. Come quando da bambini diciamo: adesso giochiamo a fare Zorro, a fare i pirati. Ecco, in quel momento lì io tiro fuori la bambina che dice: io sto giocando e devo diventare quella cosa e ci sto dentro fino alla fine”.
 
Nella Passione di Cristo hai avuto un ruolo breve ma intenso, quello della Veronica. Che rapporto hai con la fede?
 
“Con la religione ho un rapporto molto personale. Non sento di aderire ad una religione vera e propria, perché mi sono convinta che la religione sia prodotta fondamentalmente dalla cultura di un popolo, quindi penso che se fossi nata in India sarei induista, se fossi nata in Giappone sarei buddista, e siccome sono in Italia devo essere cattolica. Secondo me, però, le religioni sono fatte dagli uomini e una vale l’altra. Io ho una relazione con Dio che è specifica, ma posso dire che questo film - paradossalmente - mi ha avvicinato alla figura di Gesù”.
 
Cosa è successo?
 
“Durante le riprese ho vissuto una suggestione potentissima, e quando rivedo il film mi dico che stavo proprio fuori di testa, perché c’era una tale atmosfera carica di misticismo, di concentrazione, di rispetto, che sono stata portata a credere che quell’uomo davanti a me fosse davvero Gesù e io fossi la Veronica. Per un momento è stato come un transfert. Mi sono ritrovata a pregare, sono successe delle cose dentro di me, e davvero da questo film ho un pensiero di Gesù che mi porto dentro. Sembra una cosa da pazza, lo so, posso essere tacciata di essere una psicolabile, però sono cose strane che succedono, quando tu sensorialmente credi una cosa; ti si apre un pensiero, o una porta nell’anima. Quindi non è che improvvisamente sono diventata cattolica praticante, però Gesù c’è nei miei pensieri e nelle mie preghiere”.
 
E’ stato un film molto amato dai cattolici, ma anche molto discusso...
 
“E’ entrato nella storia del cinema e sono onorata di farne parte. Le polemiche non le ho seguite più di tanto, anche perché quando sei così coinvolta in un progetto è difficile essere obiettiva, soprattutto in un film come questo, in cui l’esperienza artistica è stata così grande”.
 
Questo coinvolgimento emotivo è stato dovuto ad un richiamo interiore che hai vissuto in modo personale, o al clima che si respirava sul set?
 
“Entrambe le cose. Gibson ha creato sul set un’atmosfera che io non avevo mai visto prima. Ha fatto questo film perché ci credeva ciecamente. Era una sua missione di vita, lo sentiva dentro perché era un suo modo di ringraziare Dio di averlo salvato – attraverso la fede – dall’alcolismo. Era quindi un suo conto personale, e ci ha messo tutta la sua anima. Poi il film può essere criticabile, ognuno può giudicarlo dal suo punto di vista, ma posso dirti che lui era onesto, era puro. Ed è una persona molto animalesca, con una forza travolgente, e vederlo sul set con quell’entusiasmo...  Faceva persino venire sul set dei gruppi musicali che suonavano musica antica per creare quell’atmosfera. E poi c’era un silenzio che non trovi neanche in chiesa: giravamo all’alba sui sassi di Matera in un paesaggio di grande suggestione. E lui aveva un tale rispetto per ognuna delle persone che lavoravano del film , che tutti erano molto motivati e profondamente appassionati, dall’ultimo dei tecnici al primo degli attori”.
 
E’ l’effetto che si ottiene quando si fanno le cose con amore autentico?
 
“Quando c’è tanto amore, l’amore ti travolge e ti apre, e quando tu sei aperto le cose entrano, anche le cose più assurde. Noi non ce ne rendiamo conto perché nella vita ci schermiamo, siamo chiusi, storditi, ma se uno dovesse dedicare anche solo mezzora al giorno alla meditazione, al silenzio puro, quante cose potrebbero succederci che ci cambiano la vita”.
 
E se domani è il primo film che hai fatto come protagonista. Nel cinema italiano non c’è tanto spazio per le attrici, vero?
 
“Ti fanno fare la sorella di, la moglie di, la figlia di, la madre di, la zia di. Sei sempre la “dì” di qualcun altro, che è sempre un uomo. Non lo so come mai, forse gli sceneggiatori non conoscono a fondo le donne, o le temono. E le donne che scrivono non sono in grado di rappresentarsi, forse  perché sono generazioni che hanno vissuto il femminismo e hanno una sorta di resistenza nei confronti della complessità del femminile. Così non si trovano ruoli interessanti da interpretare. Ci sono pochissimi ruoli femminili, tantissime attrici, ed è veramente un inferno”.
 
Fare l’attrice comica, poi, è ancora più difficile, visto che è un settore dominato dagli uomini. Di solito, poi, le comiche sono ragazze piuttosto bruttine, che per la loro comicità puntano proprio sui loro difetti fisici e sull’invidia della bellezza delle altre.
E’ molto raro che un’attrice comica sia anche una bellissima ragazza, come te.
 
“Ti ringrazio. Ti dirò che la scelta di fare l’attrice comica è stata quella più giusta della mia vita, perché è quella che mi ha permesso di diventare un’attrice, altrimenti non ce l’avrei mai fatta. Quindi, paradossalmente, per quanto sia difficile, di attrici comiche ce ne sono talmente poche che io venivo chiamata spesso a lavorare, e ancora oggi mi capita, perché ci sono tante attrici, ma il mondo della comicità è soprattutto di appannaggio maschile. Adesso sono aumentate molto le comiche donne, ma quando ho iniziato io, dieci anni fa, ce ne erano davvero pochissime, e questo mi h permesso di iniziare un percorso tortuosissimo che poi oggi mi ha portato al cinema, anche attraverso delle scelte molto severe che ho fatto”.
 
Per esempio la rinuncia alla televisione?
 
“Sì, da cinque anni ho detto no a tutta la televisione possibile. Guarda, in televisione sono arrivata ad un punto in cui mi hanno fatto delle offerte che mi avrebbero davvero cambiato la vita, e soprattutto il conto in banca. Però ho preferito ascoltare la mia pancia e le mie viscere, e mi sono detta: devo resistere. Quanto ho in tasca? Un euro? Bene, proviamo lo stesso. Però sono felice di tutte le scelte che ho fatto e se dovessi morire oggi sarei felicissima così, perché sono andata avanti solo con le mie forze senza l’aiuto di nessuno, soltanto credendoci ed esplorando, perché io non sapevo nemmeno di poterle fare, certe cose. Sai,  provi e poi incredibilmente arriva una risposta da fuori, e allora pensi: ma allora la comunicazione è avvenuta! E’ come quando sei in mare e lanci un SOS e chissà se qualcuno lo ascolta, lo riceve, lo capisce, e soprattutto se qualcuno ti viene a salvare”.
 
C’è qualcosa, oggi, che ti piace guardare in televisione?
 
“Devo essere sincera, saranno un paio di anni che non guardo la televisione. L’ultima cosa che ho fatto è stato Raiot, anche se avevo già deciso di smettere, perché mi piace il lavoro di Sabina Guzzanti e quello che potevamo fare insieme. Al momento non c’è un programma che guardo in tv. Sicuramente tra le persone che meritano di fare televisione c’è Fiorello che stimo in maniera particolare; per il resto non c’è molto, anche perché negli ultimi anni la tv è degenerata tantissimo e spero davvero che si riprenda”
 
Al cinema c’è qualcosa che ti piacerebbe fare? Per esempio, la regista?
 
“Sì, accidenti! Hai centrato l’obiettivo! Fra dieci anni mi vedo regista. Già inizio a percepire questo desiderio che si sviluppa e io lo tengo a freno perché mi sento ancora acerba, ma mi piace tantissimo lavorare con gli attori. Molte volte aiuto i miei colleghi a preparare i provini. Mi piace lavorare sulle emozioni. Come attrice mi piacerebbe interpretare un ruolo tragicomico, a tutto tondo, in cui si passasse continuamente dal registro drammatico a quello comico, come accade nella vita. C’erano quei bei film, negli anni ’60, con Monica Vitti... sarebbe bello se tornassero, quei generi. E poi mi piacerebbe lavorare con gli autori. Per me l’importante è lavorare con un regista che abbia una passione che possa portarmi altrove, aprirmi delle possibilità, farmi fare un viaggio, evolvere, portarmi lontano”.
 
Insomma, come dicevamo prima, ti interessa soprattutto viaggiare dentro un personaggio.
 
“Sì, ma anche la visione del regista mi interessa molto,  il mondo, lo sguardo che propone, l’estetica, la poetica. Per cui quando sento che un regista è così, uno che mi porta altrove, anche se devo fare un piccolo ruolo, io ci vado con grande entusiasmo”.
 
Hai già recitato in un kolossal americano. Hollywood è un tuo sogno? Quale è il percorso che ti interessa di più, quello di Monica Bellucci o quello di Valeria Golino?
 
 “Valeria Golino, senza dubbio A parte che non posso aspirare ai ruoli della Bellucci, ma non sono molto interessata alle grandi produzioni che sono tutta forma e niente sostanza. Mi interessano quei film che poi quando si esce dalla sala in qualche modo ci si sente spostati da come si era entrati. Quella piccola apertura che abbia cambiato un piccolo punto di vista del pensiero, qualcosa che aggiunga, che trasformi, quindi sinceramente questi film hollywoodiani fatti a tavolino per ottenere un risultato al botteghino non mi interessano. Mi piacerebbe di più un certo cinema francese, certi registi coreani, orientali, o comunque il cinema indipendente americano, che trovo molto più interessante di quello hollywoodiano, e poi in Italia ci sono tanti nuovi registi che stanno uscendo fuori che veramente spero abbiano la possibilità produttiva di esprimersi, perché potremmo avere delle belle risorse”.

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