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LEZIONI DI CIOCCOLATO

di Arnaldo Casali



E’ una commedia che riesce a parlare, con il sorriso sulle labbra, di temi scottanti come quello dell’integrazione razziale e della sicurezza sul lavoro, ma anche di valori come l’amore, l’amicizia e la famiglia. Ma “Lezioni di cioccolato” – il film di Claudio Capellini nelle sale in questi giorni - è, soprattutto, un omaggio all’Umbria e alla sua azienda più celebre nel mondo.
Perché se il pretesto è la storia sentimentale tra Luca Argentero (cinico imprenditore edile costretto a fingersi operaio egiziano) e Violante Placido (svampita e disillusa ragazza in cerca del vero amore) la vera protagonista del film è la Perugina e le celebrazioni per i suoi cento anni, delle quali il film parla e delle quali è esso stesso parte integrante. La maggior parte della commedia è infatti ambientata all’interno della scuola di cioccolato dell’azienda fondata dalla famiglia Buitoni nel 1907 e di cui è da quasi vent’anni proprietaria la Nestlé.

Autentico capolavoro di Umbria Film Commision, la lavorazione del film è stata effettuata praticamente in ogni angolo della regione, anche se, con un paradosso dalla forte carica simbolica, alcune scene ambientate a Perugia sono state in realtà girate in alcuni dei luoghi più caratteristici di  Terni.
Gradevole e leggero come un cioccolatino, il film è sostenuto da una sceneggiatura di ferro e da un cast forse non abbastanza valorizzato ma senza dubbio impeccabile, che oltre a Placido e Argentero comprende Hassani Shapi, Neri Marcoré, Monica Scattini, Francesco Pannofino, Vito, Danilo Nigrelli, Ivano Marescotti, Regina Orioli e le giovani attrici ternane Giulia Ruffinelli e Costanza Farroni.
 
“E’ un film che si occupa del rapporto tra mondo occidentale e mondo orientale – spiega il regista semi-esordiente Cupellini - quello che vogliamo dire è che le differenze sono molto meno grandi di quanto possa sembrare. Un’integrazione è possibile ed è possibile anche raccontarla con una commedia. Poi c’è anche una bella storia d’amore tra due ragazzi, ma che è solo la ciliegina sulla torta di un racconto che nasce soprattutto come una storia di amicizia tra un operaio egiziano e un imprenditore italiano”.
 
Questo è il suo primo film e un ¼.
 
“Sì, perché prima avevo diretto un episodio di “4-4-2”, che era un film collettivo prodotto da Paolo Virzì, e che è ha rappresentato il trampolino di lancio per fare questo”.
 
Come è entrato nel mondo del cinema?
 
“Da ragazzo mi interessavo più alla musica che al cinema. Poi, arrivato all’università, come ogni buon studente che non ha voglia di studiare ho scelto Lettere con indirizzo spettacolo. Un’esperienza che mi ha aiutato molto. A 26 anni ho deciso di provare ad entrare nel centro sperimentale: è andata bene e così ho iniziato un percorso fatto di cortometraggi e sono riuscito a farmi apprezzare da uno dei docenti che era Paolo Virzì, che poi ha deciso di produrre questo film per il quale ha chiamato i suoi ex allievi. Da lì è partita l’avventura: l’anno scorso è uscito “4-4-2” e in maniera bella e fortunata è partito subito anche questo progetto, che sta nelle mie corde perché si caratterizza per la voglia di divertire e di far pensare”.
 
Quali sono stati i suoi modelli?
 
“Io sono sempre stato esterofilo: nasco come ammiratore della Nouvelle Vague e di tutto il cinema americano “arrabbiato” degli anni ’70 come Scorsese, De Palma e Coppola, dopodiché mi è nata una grandissima passione per i film indipendenti americani usciti negli ultimi anni, come “Little Miss Sunshine”, “Transamerica” e “I Tenebaum”. La cosa buffa è che qualche notte fa, guardando “I soliti ignoti”, mi sono accorto che le inquadrature, la messa in scena, i costumi, il modo di raccontare i personaggi cinquant’anni fa in Italia era identico a quello che fa oggi Wes Anderson. Quindi crescendo mi sto rendendo conto di essere figlio di grandi registi come Risi e Monicelli, e anche di quanto quella scuola è stata sottovalutata, soprattutto per quanto riguarda la direzione degli attori”.
 
Come si è trovato a lavorare in Umbria?
 
“Benissimo, tra l’altro abbiamo battuto praticamente tutta la regione: siamo passati attraverso Perugia, Terni, Spoleto, Narni. Io poi ho delle ascendenze umbre perché la mia bisnonna era umbra, per cui mi sembra quasi la chiusura di un cerchio. Mi sono trovato in maniera splendida anche perché non c’è tutto il caos della vita romana; per chi è nato in una città di media grandezza come Padova, essere qui è quasi un sentirsi a casa, pur essendo in un’altra regione. La cosa più bella è stata la solarità, la bellezza e il calore delle persone: una gentilezza a cui davvero si è poco abituati, se si vive nella capitale”.
 
 

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