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Figlia d'arte, ma non troppo

di Arnaldo Casali


di Arnaldo Casali
 
Figlia d’arte, ma fino a un certo punto, Violante Placido. Primo, perché una delle due carriere artistiche che ha intrapreso – quella di cantante rock – non l’ha ereditata dai genitori, ma da un’antica passione coltivata sin da bambina; secondo, perché il padre Michele - attore, regista e talent scout - se ha scoperto e lanciato le figlie dei colleghi (Asia Argento con “Le amiche del cuore” e Giovanna Mezzogiorno con “Del perduto amore”) per lavorare con la sua, di figlia, ha aspettato che diventasse un’attrice affermata, con un robusto curriculum alle spalle.
Reduce dal successo televisivo di “Guerra e pace”, Violante Placido è sugli schermi in questi giorni con “Lezioni di cioccolato”, il film di Claudio Cupellini interamente ambientato e girato in Umbria.

 “E’ una commedia con al centro il cioccolato  - spiega - un film corale con attori con cui mi sono trovata benissimo: Neri Marcorè, Francesco Pannofino, Luca Argentero, Monica Scattini…”

Un’esperienza ben diversa da un kolossal in costume come “Guerra e pace”.

“Anche quella è stata un’esperienza meravigliosa, girata in Lituania e a San Pietroburgo. Ma mi ha divertito molto fare una commedia come ‘Lezioni di cioccolato’ perché come il pubblico anche gli attori, a volte, hanno bisogno di un po’ di leggerezza”.
 
Come cambia l’approccio al personaggio da una fiction letteraria ad una commedia come questa?
“E’ completamente diverso. Quando devi creare un personaggio dalla tua fantasia puoi ispirarti al tuo vissuto quotidiano, fare riferimento a cose che ti accadono o a persone che conosci, mentre una sceneggiatura come quella di “Guerra e pace” è molto più rigida. Certo, i sentimenti umani non cambiano nel corso del tempo ma cambia quello che hai intorno. Anche gli stessi costumi contribuiscono a darti una particolare postura, che influisce sul tuo approccio con il personaggio. E poi senti anche una responsabilità diversa. In un film come “Lezioni di cioccolato” è anche facile che capiti di improvvisare”.

Sei più padrona del copione.

“Certo, mentre in un film in costume non puoi inventare, e devi sforzarti di dare verità ad un certo linguaggio, rendere vere parole che rischiano di apparire finte”.

Quale è stato l’incontro che l’ha segnata di più nella sua carriera?

“Sicuramente quello con Sergio Rubini, perché io ho ricominciato a fare cinema seriamente con “L’anima gemella” 

Il suo esordio ufficiale, invece, è con “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”

“Ma quello era un momento della mia vita in cui non avevo scelto consapevolmente di fare questo lavoro; poi, dopo una serie di vicissitudini ed esperienze, sono ritornata al cinema con Rubini e ho ricominciato a fare questo mestiere mettendomi alla prova ogni volta, e cercando di farlo con una certa determinazione che prima – per una serie di motivi – non c’era”.

Che rapporto aveva avuto con il romanzo di Enrico Brizzi?

“Mi aveva colpito molto, ed era per questo che un po’ mi ero buttata; anche se non avevo deciso di fare l’attrice sentivo quel personaggio sulla mia pelle; sentivo di aver vissuto qualcosa che mi avvicinava a lei. Anche se oggi, a distanza di tempo, mi guardo con una certa tenerezza. Ma mi rendo conto che è un’esperienza che mi ha fatto riflettere profondamente su quello che volevo fare. E’ stato un punto cruciale che mi ha permesso di fare tante altre cose”.

Suo padre ha lanciato tante figlie d’arte, ma non la sua. Come mai?

“Mio padre non mi ha mai spinto a fare l’attrice. Anche perché è sempre stato molto preso dal suo lavoro e mi vedeva più come una figlia che come un’attrice. Sul set ci  siamo rincontrati quando per me questo mestiere era diventato una cosa concreta, con un mio percorso e scelte molto personali”. 

Quando ha visto i suoi primi film cosa le diceva?

“Non ne abbiamo mai parlato molto, anche se ovviamente era contento per me. Non mi ha messo i bastoni fra le ruote, ma non mi ha nemmeno spinto”.

Come è stato lavorare con lui in “Ovunque sei”?

“Molto faticoso. Io lo stimo tantissimo come regista, perché anche se è molto duro è capace di tirare fuori molto dai suoi attori, ma con me c’era un coinvolgimento personale che non ci ha fatto rimanere lucidi, ed è stato tutto più complicato”.

Lo scorso anno ha iniziato una carriera da cantante rock con il nome d’arte “Viola”. Come vive questa doppia identità artistica?

“E’ una cosa che vivo molto sull’onda dell’ispirazione; non la forzo, non la considero una carriera che deve per forza spiccare il volo. E’ una cosa molto personale ma che mi piace poter condividere con gli altri”.

Hai sempre amato la musica?

“Sì, da sempre, anche se sono un po’ lenta. Una volta mi hanno chiesto se sono una che va al galoppo o al trotto: ecco,  io vado decisamente al trotto. Mi piace metabolizzare le cose, non mi butto alla cieca. Per farlo devo capire che c’è una motivazione molto forte dentro di me”

Le piacerebbe essere ricordata come attrice o come cantante?

“Mi auguro per entrambe le cose, perché dal momento in cui mi metto in gioco significa che credo che ognuna di queste cose, nella propria dimensione, possa trasmettere emozioni. E poi nella vita di una persona apparentemente può sembrare che non fai nulla, ma magari una cosa sola che fai può contare tantissimo. Quindi non ho bisogno di vendere tanti dischi: mi basterebbe che una sola canzone che faccio a venti persone possa cambiargli qualcosa dentro”.
 
(da Il Giornale dell'Umbria del 14 dicembre 2007)
 

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