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INTERVISTA A CARLO RAMBALDI

E.T. il successo, Pinocchio la delusione

di Arnaldo Casali

Dopo Alien ed E.T. il computer sta per divorare un'altra delle sue creature più celebri: King Kong.

Se negli ultimi capitoli della celebre saga iniziata di Ridley Scott (e proseguita da James Cameron, David Fincher e Jean Pierre Jeunet) i figli del terrificante alieno realizzato da Rambaldi sono mostri digitali, ed E.T. per la riedizione del ventesimo anniversario ha subito un "lifting" che nel tentativo di renderlo più espressivo lo ha in realtà reso più fasullo, ora anche il gorilla gigante che il mago degli effetti speciali aveva ricostruito a grandezza naturale nel 1976 verrà rifatto dal regista del Signore degli anelli con il computer per il secondo remake del film sullo scimmione più celebre del mondo (il prototipo è del 1933).

Insomma l'era del digitale non si è accontentata di sostituire su tutti i fronti le vecchie tecniche di effetti speciali ma sta cercando - in qualche modo - addirittura di "cancellare" i risultati più gloriosi di quell'arte di cui Carlo Rambaldi è stato senza dubbio il più grande maestro.

Una tecnica, quella di Rambaldi (ma anche di tanti altri che l'hanno preceduto e seguito) non solo più personale  - Rambaldi ha ideato, disegnato e realizzato da solo E.T., mentre oggi lavorano decine di persone in una sorta di catena di montaggio - ma anche indubbiamente più creativa. Ad ogni effetto doveva corrispondere una "trovata" tecnica: per E.T. furono realizzati tre robot per i primi piani, due costumi indossati da nani per le scene in cui cammina, dei guanti per un mimo che "interpretava" le mani di E.T., e decine di altri trucchi per altre scene (quando corre, quando si illumina il cuore). Oggi per fare tutto questo, semplicemente, si realizza un "E.T." virtuale fatto interamente al computer senza nessun corrispettivo "fisico" sul set.

Nato a Ferrara, nel 1925, Carlo Rambaldi si è laureato all'Accademia delle Belle Arti di Bologna nel 1951.  Il suo incontro con il cinema è stato casuale: nel 1956 gli venne proposto di costruire un drago per un lungometraggio. Trasferitosi a Roma ha lavorato per lunghi anni con i più importanti registi italiani fino all'incontro con il produttore De Laurentiis che lo ha coinvolto nella lavorazione di "King Kong", suo primo Oscar nel 1977, al quale seguirono quello per Alien nel 1980 e per E.T. nel 1983.

Nel suo carnet figurano film come “Barabba”, “Giulietta degli spiriti”, Il “Falstaff” di Orson Welles, L’Odissea, i primi film di Dario Argento e gli ultimi di Pier Paolo Pasolini, “Dune”, “La grande abbuffata”.

Il grande rimpianto, resta invece “Pinocchio”: Rambaldi ha sempre riconosciuto che girare un film tratto dal libro di Collodi rappresenta il suo più grande sogno, e – viste le sue referenze – forse nessuno avrebbe potuto farlo meglio di lui. Invece non solo il papà di “E.T.” Pinocchio non l’ha fatto mai, ma per ben due volte è restato deluso: la prima volta nel 1972, in occasione del film di Comencini, che gli 'rubò' letteralmente il Pinocchio meccanico che si vede nel film. La seconda volta trent'anni dopo, quando lo ha fatto Roberto Benigni: il comico toscano (che ha girato il film proprio a Terni, dove Rambaldi aveva fondato la sua accademia di effetti speciali) lo aveva contattato per gli effetti speciali. L'artista ferrarese era rimasto entusiasta ed aveva anche realizzato una serie di pupazzi di Pinocchio con il volto di Roberto Benigni. E invece, poi, anche questa volta non se ne è fatto niente.
"Chissà... – commenta sarcastica la moglie - forse due premi Oscar, nello stesso film non ci potevano stare”.

Un'altra delusione, Rambaldi ce l'ha avuta proprio dalla città di Terni. “Ce ne siamo andati e non ci hanno detto neppure ‘arrivederci’”. Con queste lapidarie parola la signora Rambaldi sintetizza le ragioni della chiusura dell’Accademia degli Effetti Speciali, fondata al Centro MultiMediale, nel 1997 e che chiuse nel 1999 alla fine del primo anno di corso.

“Divergenza di obiettivi”. Questa la ragione ufficiale. In realtà sin dal giorno stesso della presentazione al pubblico di questo ambizioso progetto c’erano state delle polemiche sulla mancanza di finanziamenti da parte degli enti pubblici. “Si disperdono risorse in mille corsi: regia, animazione eccetera, anziché concentrarle su un progetto che rappresenta un caso unico in Europa” aveva detto uno dei dirigenti dell’Accademia.

“Avevamo anche pensato di creare al Centro MultiMediale un museo con tutte le opere - continua la moglie del Maestro - Ma non siamo stati incoraggiati. D’altra parte non avrebbe avuto senso lasciarle sparse qua e là, quindi abbiamo deciso di donare tutto al Giffoni Film Festival”.

L'occasione per una 'riconciliazione' con la città - e per la nostra intervista - è stato il premio attribuito al Maestro nel maggio del 2003 nel corso del Comixshow.

Lei ha rappresentato una figura del cinema intermedia tra l’artista e lo scienziato. Oggi al cinema le cose si fanno diversamente...

“Il lavoro è molto più specializzato. Se io realizzavo le mie creature praticamente da solo oggi ci vogliono 30, 60 persone per fare un personaggio”.

Nel 2002, in occasione del 20° anniversario della uscita, è uscita una nuova versione di E.T., con la sua creatura più celebre rifatta in parte al computer. Che impressione ne ha avuto?

“Si è trattato di un’operazione esclusivamente commerciale: far passare il film per ‘nuovo’ per far tornare la gente al cinema, ma in realtà ci sono solo un paio di sequenze con il ‘nuovo E.T’: una è quella in cui fa il bagno nella vasca, effettivamente prevista già da allora. Quando Spielberg voleva girarla eravamo appena ad un terzo delle riprese e io gli ho consigliato di aspettare la fine per farla, perché mettendo il robot dentro la vasca da bagno si rischiava che l’acqua entrasse nei circuiti e che quindi si rompesse. Così abbiamo aspettato, ma alla fine Steve ha rinunciato alla scena. Ora l’ha reintrodotta facendo tutto con il computer”.

Ma lei crede che l’animazione digitale possa sostituire completamente i pupazzi animatronici?

“Nel caso di E.T. credo che alcuni dettagli dell’epidermide si siano perduti. Ma penso che se hai a disposizione molti miliardi, sì, puoi riuscire a realizzare al computer una creatura che renda come quella animatronica”.

A cosa si è ispirato quando ha ideato E.T.?

“Spielberg mi ha detto che voleva una cosa brutta ma innocente. Beh, per farlo brutto bastava mettere molte grinze sul volto. Farlo innocente era più difficile, perché poteva sembrare stupido. Poi un giorno ho guardato il mio gattino aleano, e nei suoi occhi ho visto proprio quell’innocenza che cercavo. Beh, se tagliate le orecchie a un gatto aleano e spostate un po’ più su il naso vedrete molto di quella che è l’immagine di E.T”.

Come vede la nascente produzione cinematografica a Terni?

"A mio parere i due teatri del Videocentro e i tre di Papigno sono ancora insufficienti per dare vita ad una vera e propria “Cinecittà”. Se si realizzassero altri teatri utilizzando i locali dell’ex Spea di Narni allora si potrebbe pensare di essere davvero competitivi”.

Il suo sogno è da sempre quello di fare Pinocchio. Con Comencini ci andò vicino. Ma cosa successe?

"Il regista mi ingaggiò chiedendomi un provino da realizzare a mie spese: costruii un Pinocchio in grado di muoversi, parlare e persino di tirare il martello al grillo parlante. Durante la realizzazione venne a farci visita il cognato di Comencini, che si è poi rivelato essere un ingegnere meccanico. Insomma per farla breve Comencini plagiò il mio Pinocchio; denunciammo la produzione. Lo sceneggiato fu sequestrato e la messa in onda fu ritardata di due settimane; andò in onda solo dopo che ottenemmo un risarcimento da parte della Rai".

Che progetti ha per il futuro?

"Mi sto dedicando al campo dei cartoni animati tridimensionali. Se il progetto andasse in porto non è escluso un mio ritorno a Terni, ma escludo un ritorno all’insegnamento. Sono però contento che i miei studenti abbiamo costituito una società - la "Logical Art" - e stiamo lavorando con successo".


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