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ACCIAIO di Pirandello

di Pompeo De Angelis

 
All’inizio degli anni Trenta, la città di Terni venne coinvolta in un caso cinematografico e politico di vasto interesse nazionale, in cui compaiono i nomi di Benito Mussolini, Luigi Pirandello, Georg Pabst, Sergej Ejzensteyn, Walter Ruttmann, Gianfranco Malipiero, Mario Soldati, Marta Abba, Isa Pola e Piero Pastore: un cast eccezionale, per dirla in termini cinematografici, per uno degli episodi più curiosi del ventennio fascista, sul piano culturale e artistico e sul piano economico, trattandosi della realizzazione di un film  sullo sfondo della nazionalizzazione delle industrie strategiche operata dal regime.
L’antefatto è datato al 1928: il capo del Governo propone al massimo drammaturgo italiano “di scrivere un soggetto per un film in glorificazione del lavoro”. Pirandello è impegnato all’estero, in particolare a Hollywood, dove si realizza il suo “Come tu mi vuoi” (As You Desire Me) con Greta Garbo e Erich von Stroheim, diretto da Gorge Fitzmaurice.
Il successo all’estero di Pirandello, scrittore aderente al fascismo, infastidisce Mussolini, che teme che gli americani, come dicevano i giornali, glielo portino via. Intanto si aprono  due strade. Prima: viene costituito l’IMI (Istituto Mobiliare Italiano) che di fatto statalizza le imprese in crisi, assumendo partecipazioni statali nelle industrie italiane e la Soc. Terni rientra fra queste. Seconda: lo scenario pirandelliano di “glorificazione del lavoro” va ambientato nelle Acciaierie di Terni.
La Cines propone a Pirandello il contratto per scrivere la sceneggiatura di un “film originale”, vale a dire “non ricavato dalle sue opere letterarie” ed indica Terni come ambientazione per vicenda e per le riprese.
Nel mese di maggio del 1932, il drammaturgo si reca nel capoluogo umbro per un sopralluogo e si entusiasma, come dicono le sue lettere, dell’ambiente sociale della fabbrica.
Consegna quindi un soggetto alla Cines, intitolato “Giuoca, Pietro!”, che suo figlio, che si firma Stefano Landi, ha elaborato sul brogliaccio del padre. E’ la vicenda di due giovani operai e di una ragazza Chiara in tono sentimentale, mentre l’Acciaieria vive e li fa vivere.
“La “glorificazione” da inseguire è contenuta in questa frase pronunciata dal personaggio del direttore generale: “Qualunque cosa avvenisse, potrete sempre contare sullo stabilimento, a cui avete dato tutte le vostre forze, giorno per giorno, in una vita esemplare di lavoro”.
Mussolini approva e suggerisce un regista tedesco per “Gioca, Pietro!”, guardando a una Germania in cui, nel 1930, si è registrato il successo elettorale del partito nazionalsocialista.
Emilio Cecchi è in quel momento alla testa della Cines e invita Georg Pabst, che inizialmente accetta, ma poi reclina l’incarico, essendo impegnato nella preparazione del “Don Chisciotte”.
In verità, Pabst non vuole allontanarsi dalla Francia, dove ha terminato di girare “L’Atlantide” per paura di un rientro nella Germania hitleriana.
Pirandello, avvalendosi di una clausola del contratto che gli permetteva un certo potere nella scelta del regista e degli attori, stabilì allora un contatto con il russo Sergej Ejzenstejn, regista che conosceva personalmente.
Scrive: “Mio caro Ejzenstejn, la Cines, la maggiore casa cinematografica italiana, ha acquistato un mio scenario scritto appositamente per lo schermo. I personaggi del lavoro sono tutti operai delle nostre grandi Acciaierie di Terni, dove si svolge in massima parte l’azione,ricchissima di motivi non soltanto drammatici ma anche patetici e comici. Ho voluto dare un quadro compiuto della vita dei nostri operai, con le sue ore di duro lavoro e di spensierata vacanza, e quelle solenni di lutto o di premio, e i loro amori, le loro gare: per rappresentare in somma la bellezza dei sentimenti che il lavoro ispira nel cuore degli uomini.”
Ma Ejzenstejn si era rintanato in Unione Sovietica dopo la delusione americana di “Que viva Mexico” e non volle accettare l’avventura italiana.
La Cines riprese a cercare un regista tedesco. In Germania godeva di fama europea il documentarista Walter Ruttmann, che aveva firmato “Sinfonia di una grande città” (1927), “Melodia del mondo” (1929) e “In der nacht” (1931).
Ruttmann si affrettò a dire si, anche per uscire dalla Germania, in quanto la sua compagna Hilde Maria Rapp-Fidelius era di origine ebraica e i due temevano l’antisemitismo del nuovo regime.
Ruttmann modificò strutturalmente il soggetto pirandelliano, con la collaborazione di Mario Soldati, che si giustificherà in seguito dicendo: “Quella sceneggiatura è stata fatta praticamente da Ruttmann: era un regista onnivoro, faceva tutto lui. Nel 1932,  io ero un ragazzino e scrivevo quello che Ruttmann mi diceva di scrivere
La produzione di “Acciaio “ proseguì in un giro di polemiche in cui entrò anche Gianfranco Malipiero, autore del commento musicale, ma infine nacque un film di altissima schiatta.
Non per questo riscosse successo all’epoca, né della critica, né del pubblico. Il suo carattere documentaristico ne fa però un prezioso documento industriale, relativo all’anno in cui l’IMI si trasformava in IRI e in cui Terni veniva retoricamente chiamata “la Dinamica” .
 
 

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