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INTERVISTA A VALERIO MASTRANDREA

di Arnaldo Casali

 
Torpignattara, la Marranella, Il Pigneto. Era la periferia romana, l'universo in cui si muoveva Pier Paolo Pasolini. Quella realtà dura e violenta di cui aveva saputo cogliere la dimensione poetica e ce ispirà alcune delle sue opere più importanti e il linguaggio stesso del suo cinema, quel mondo in cui torvò tragicamente anche la morte, trent'anni fa.

Per intepretare oggi quelle opere per attori presi dalla strada - come Franco Citti o Ninetto Davoli - non c'è probabilmente una voce migliore di quella di Valerio Mastrandrea.

Romano doc, attore per caso come Davoli e Citti, Mastrandrea è il protagonista di Accattone, recital che lo vede in giro per l'Italia affiancato da due mosti sacri del jazz come Roberto Gatto e Danilo Rea. Il 9 marzo 2006 lo spettacolo è approdato a Terni, come terzo appuntamento della rassegna Visioninmusica diretta da Silvia Alunni.

Scoperto da Maurizio Costanzo quindici anni fa, Mastrandrea si è poi costruito una carriera all'insegna del teatro e del cinema indipendente, succedendo a Manfredi e Montesano come Rugantino e interpretando film come Tutti già per terra e Cresceranno i carciofi a Mimongo. In questo periodo è sugli schermi con Il Caimano di Nanni  Moretti e in tv in Parla con me di Serena Dandini.

“La figura di Pier Paolo Pasolini mi ha sempre intimorito, perché è l’immagine di un intellettuale, e io sinceramente gli intellettuali non li capisco molto. In più mi hanno chiesto di esibirmi con un duo jazz: Uno dei pochi generi di musica che proprio non conosco. Tutto è cominciato quando, qualche anno fa, Stefano Benni mi ha chiamato per il festival jazz di Roccella Ionica e mi ha detto “ti va di leggere cose di Pasolini mentre altri suonano jazz improvvisando intorno a te?”. Ho pensato che una cosa peggiore non me la poteva dire. La musica occupa l’80% della mia vita, ma non sono stato educato al jazz, poi ci metti anche un gigante come Pasolini vicino…”

Cosa ti ha convinto ad accettare?

“Il testo. Accattone è un film che avevo davvero assorbito, non come attore o come romano, ma proprio come essere umano. E’ un film che ti fa pensare moltissimo, e non è coperto da un velo intellettualoide che magari non riesci nemmeno a decifrare. E’ un film attualissimo, eterno, perché parla della miseria dell’uomo in tutti i sensi, quindi è la cosa più attuale che c’è, adattabile a qualsiasi tipo di realtà. Poi lui lo ha ambientato a Roma, e devo dire che la sua conoscenza della capitale mi ha sconvolto. D’altra parte era circondato da personaggi come Sergio, Franco, gente che veniva da Fiumicino, da una borgata vera”.

Esiste ancora a Roma la borgata di periferia?

“No, la borgata non esiste più. Oggi forse la borgata si trova attaccata ai quartieri alti. E’ paradossale: una volta era una cosa lontana. Adesso è una realtà molto più vicina, ma proprio per questo poco identificabile, e la gente fa finta di non vederla. Questa è una grande vergogna”.

Come ti sei rapportato ad un monumento del cinema del XX secolo?

“Con molto pudore, dico la verità, molta vergogna. A volte taglio delle cose per renderla discorsiva, e ci scrivo ‘scusa’ sotto!”.

Per prepararti a questa parte – anzi queste parti, perché interpreti tutti i ruoli - hai studiato più la sceneggiatura o più il film?

“Beh, innanzitutto sono letture, non vere interpretazioni. Comunque ho lavorato soprattutto sulla sceneggiatura. Ho accorpato alcuni dialoghi per renderli fruibili. Poi spetta allo spettatore il compito di ‘entrare’ nella storia, perché noi lasciamo molto spazio all’immaginazione”.

Come ti trovi a lavorare con due jazzisti di fama internazionale come Roberto Gatto e Danilo Rea?

“Come ti dicevo prima, all’inizio c’era un certo timore. Invece poi è stato un incontro fantastico. A volte sul palco eviterei anche di parlare per ascoltare loro due. Questa sera mi sono incantato due-tre volte. Mi guardavano come a dire: ‘allora?’. E io, ‘prego, prego, andate avanti…”

Tu hai cominciato la carriera in modo un po’ anomalo; vieni, per così dire, ‘dalla strada’, proprio come Franco Citti e Ninetto Davoli…
 
“Ho letto che lui non amava molto gli attori professionisti. Beh, sicuramente io ho cominciato in maniera molto casuale e poco scolastica. Adesso, però, sono dodici anni che faccio questo mestiere, e col tempo ho imparato anche un po’ di tecnica. E, a dire il vero, non lo so se gli sarei piaciuto, a lui”.

Perché sei diventato troppo attore?

“Sì, magari avrebbe detto che mi sono rovinato. O forse non gli sarei piaciuto neanche all’inizio. Però a questa cosa ci ho pensato, quando ho letto quella dichiarazione”.

La tua carriera comincia sul palcoscenico del Maurizio Costanzo Show.

“Più che iniziare la carriera lì ho perso l’anonimato. Ma c’ero andato per motivi personali. Io scrissi una specie di lettera per chiedere la possibilità di andare in televisione a raccontare un periodo della mia vita. Questa possibilità mi è stata data e sicuramente è servito anche a liberarmi da quel periodo. E’ stata un’esperienza di vita, che non rinnego assolutamente”.

Ma c’era già l’interesse a fare l’attore, o è venuto dopo?

“No, assolutamente. C’era l’egocentrismo, ma non l’ambizione a fare questo lavoro”.

Essere diventato prima un personaggio e poi un attore ti ha creato problemi?

“E’ una cosa che mi porto dietro ancora. I primi provini mi mandavano via, mi dicevano: ‘ma tu che fai qui? Che c’entri con gli attori?”

A quei tempi tu hai rappresentato un’eccezione. Oggi, con il Grande fratello, quella che è stata la tua carriera sembra diventata il modello dominante.
Diventare prima famosi, e poi fare qualche lavoro…
 
“Hai ragione, è proprio così. Ma penso che adesso per chi vuole intraprendere una professione cominciando dalla televisione è più difficile centrare il bersaglio. Qualcuno del primo Grande fratello ci prova, ce l’ha una coscienza. Parlo del povero Pietro, che è uno che si applica, che ha capito la differenza tra essere un attore ed essere un personaggio, ma in realtà è difficilissimo. Secondo me, comunque, se uno riesce a distinguere le cose e va dritto verso il proprio obiettivo può farcela. Poi se vale riesce, altrimenti no. Almeno spero che sia così. Comunque credo che sia giusto dare un’opportunità”.

A te, in fondo, la tv ha fatto emergere qualità nascoste.

“Anche se io l’ho vissuta in maniera diversa. Adesso sarebbe tutto molto più complesso, anche per me. Poi forse io al Grande fratello non ci sarei neanche andato…”.
 

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