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INTERVISTA A LUIS BACALOV

di Arnaldo Casali

 
“Quando Michael Radford mi ha chiamato per scrivere le musiche del Postino, il film era stato già girato, e nella colonna sonora era stato incluso un pezzo di Francisco Canaro, Madreselva. Il regista temeva che questo potesse rappresentare un problema per me. In realtà è stato proprio a quel brano che mi sono ispirato per scrivere le musiche del film”.

Il grande pubblico lo ha conosciuto soprattutto grazie al testamento artistico di Massimo Troisi, ma in realtà Luis Bacalov ha oltre quarant’anni di carriera alle spalle ed è uno dei maestri del tango contemporaneo.

“Non scrivo mai le musiche di un film in fase di sceneggiatura.  - spiega - perché se leggo il copione quello che immagino è il mio film, non quello che verrà fuori alla fine. E poi il regista mentre lavora ad un film non pensa mai alla musica perché è concentrato su altro, e allora preferisco non parlarci”.

Quindi si ispira alle immagini del film già montato.

“Al film e alle richieste di chi ha tenuto questo ‘bambino’ per uno, due, dieci anni. Il regista va rispettato, soprattutto se è anche autore del copione. Anche se è un ruolo che non va mitizzato: il cinema è un’arte corale, ognuno dà il suo apporto fondamentale. Pensi alle grandi intepretazioni di Volonté: il film sarebbe stato lo stesso senza di lui, solo perché c’era un bravo regista?”.

E’ difficile adattare la propria arte alle esigenze e alla poetica di un altro artista?

“Ci vuole molta umiltà, capacità di recepire quello che vuole il regista. Grandissimi musicisti che prima di me si sono occupati di musica da film sono entrati in collisione con il mondo del cinema. Bisogna capire che il film non appartiene al compositore, ma al regista e al produttore. Bisogna mettersi in atteggiamento di ascolto, anche se io pretendo sempre anche di essere ascoltato”.

Che differenza c’è tra il cinema e altre forme di composizione?

“Quando lavori da solo fai i conti solo con te stesso. E’ un lavoro diverso, molto più libero. Tra l’altro la musica del cinema ha delle regole ben precise: non puoi scrivere una sinfonia per un film, perché non funziona. Gli stili possono essere molto diversi, però c’è un modo preciso in cui devi scrivere. Si è scritto poco su come si deve comporre musica da film e sarebbe bello se qualcuno si occupasse di farlo. Ma non sarò certo io, perché non ho la capacità metodologica necessaria”.

Oggi la musica per il cinema è stata rivalutata rispetto a qualche anno fa?

“Sì, una volta il cinema era considerato un mestiere di serie B, adesso non più, anzi, chi fa composizione spera che una volta o l’altra un regista lo chiami. La torre d’avorio della musica assoluta c’è ancora, ma è sempre più fragile, anche perché il cinema è diventato un modo per vivere. Un tempo i compositori se non insegnavano non potevano vivere di musica”.

Quindi il cinema per i musicisti è diventato anche un mezzo di sostentamento?

“Certo, è soprattutto un lavoro, anche se la crisi produttiva è molto forte ed è in qualche modo compensata dalla televisione, anche al di là del discorso artistico. Io personalmente non sono entrato nel giro dei serial, però ho lavorato molto con la tv, soprattutto con i fratelli Frazzi che hanno fatto bellissime cose. E’ un veicolo di lavoro - soprattutto per i giovani - che non va snobbato. E poi oggi la tv può fare delle cose egrege che il cinema non può più permettersi”.

In quarant’anni di carriera, l’Oscar vinto con il Postino cosa ha rappresentato?

“Una sorpresa una cosa gradita, e un sacco di scocciature”.

Perché scocciature?

“Non voglio entrare nei particolari, ma si tratta di disagi di vario tipo, soprattutto cause di plagio, e cose molto incresciose”.

Insomma le hanno rovinato la festa?
“Sono arrivato alla conclusione che chi viene in qualche modo  toccato dalla popolarità deve aspettarsi anche la ritorsione, la rabbia di chi non c’è riuscito, o è stato dimenticato. Alla fine si capiscono anche le motivazioni profonde di certi atti, che a mio avviso restano ingiusti”.

Di tutto ciò che ha fatto in questi quarant’anni, a cosa è legato di più?

“Tante cose… la cantata su Cervantes in America, il cinema sicuramente, cose come il Postino, la Città delle donne, Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini”.

Quali sono stati i suoi punti di riferimento?

“La collaborazione con Fellini è stata fondamentale, perché ho visto all’opera un genio del cinema e con quanta dedizione e concentrazione lavorava. Mi ha fatto capire che la differenza tra chi ha un po’ di talento e chi è un grande talento sta proprio nella capacità di  mettersi al servizio di ciò che sta facendo, vivendo 24 ore al giorno, maniacalmente, su un progetto. Questo Fellini mi ha insegnato”.

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