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SILVIA ALUNNI, REGINA DEI RUMBLE

di Arnaldo Casali

 
Che succede quando il rigore della musica classica dialoga con l’improvvisazione del jazz  lasciandosi andare ad una contaminazione di suoni e suggestioni? C’è un modo molto semplice per scoprirlo: ascoltare il Rumble Quintet, la formazione voluta dalla pianista ternana Silvia Alunni, che la vede affiancata da assi del calibro di Roberto Gatto, Stefano Bollani, Antonio Caggiano e Gianluca Ruggeri.

Del Rumble è appena uscito il primo album - l’omaggio a Bernstein Lenny 4 Five - che verrà presentato a Terni giovedì 27 aprile nel corso del penultimo appuntamento di Visioninmusica, rassegna diretta dalla stessa Silvia Alunni.

“Bernstein ha scritto musica classica, ma è un autore che ha molte contaminazioni e molto swing - spiega la pianista - eseguita solo da musicisti classici, di solito la musica di Bernstein manca proprio di quell’anima jazz che ha dentro”.

Dove nasce questo progetto?

“All’origine c’è la mia grande passione per Leonard Bernstein. Era un mio sogno quello di poter rimettere sul palco e riarrangiare per una formazione da camera, quindi piccola, West Side Story, che è uno dei miei amori di sempre. Dopo tanti anni di ricerche sono riuscita a trovare un arrangiamento fatto da un compositore newyorkese”.

Come è avvenuto l’incontro con i quattro “Rumble”?

“Anche se sono una musicista classica conosco  benissimo l’ambiente del jazz e tra i miei amici più cari c’è Roberto Gatto.  L’ho chiamato e gli ho detto: ti va di fare un progetto su West Side Story? Roberto si è entusiasmato molto e abbiamo deciso di formare questo gruppo, che comprende sia musicisti classici che jazz. Un assortimento cha ha rappresentato la carta vincente di questo progetto”.

 
Lo spettacolo ha debuttato a Terni, inserito in Visioninmusica, nel 2002. Dopo quattro anni tornate il 27 aprile al teatro Verdi.
 
“Quattro anni fa, però, il programma prevedeva anche musiche di Gershwin, perché di Bernstein avevamo ancora le trascrizioni solo di West Side Story. Questa volta, invece, seguiremo il programma del disco. Al posto di Bollani, impegnato in un’altra tournée, c’è poi un giovane e talentuoso pianista: Nicola Andrioli”.

Il matrimonio tra classica e jazz non è una novità per te. Hai sempre unito queste due anime.

“Io non ho mai smesso di amare la musica classica, però devo dire che proprio perché la stagione di Visioninmusica ha come linea l’unione tra musica e immagine (e quindi di più arti) mi trovo spesso a lavorare con artisti jazz, perché sono i più duttili per riuscire a fare progetti e sperimentazioni”.

C’è un approccio diverso di vivere la musica, un divertimento continuo?

“Il divertimento c'è anche nella musica classica. Certo, dipende da cosa suono. Ma nel jazz c'è il fatto di prendere elementi tematici e svilupparli in un altro modo, che permette ai musicisti di fare i giocolieri con i temi mescolando la musica classica con il rock o la leggera. L’anno scorso alla stagione di Visioninmusica abbiamo avuto Danilo Rea con la musica lirica applicata al jazz ed è stato meraviglioso perché dentro ci ha messo Sting, i Police, Santana. Proprio perché è questo il linguaggio del jazz: prendre un tema e svilupparlo, poi sta alla grandezza e alle doti del  musicista raggiungere l’obiettivo, emozionare le  persone che ti stanno ascolando. Spesso nel jazz capita di ascoltare dei concerti in cui senti che si “suonano addosso”, un insieme di note che vengono buttate addosso allo spettatore, fine a sé stesse. Ecco, quello non è  il jazz  che a  me piace”. 

La caratteristica di “Visioninmusica”, dicevi, è l’unione di immagine e suoni.

“Infatti lo slogan è ascoltare con gusto. Uniamo la musica all’immagine, intesa anche come immagine evocata, come un testo di letteratura. Quest’anno, per esempio, abbiamo avuto
Valerio Mastrandrea che ha reso omaggio a Pasolini leggendo Accattone accompagnato da Rea e Gatto, e poi il Quaretto Euphoria che ci ha deliziato con del teatro musicale. Poi abbiamo avuto Luis Bacalov, autore delle musiche del Postino ed Enzo Decaro che ha fatto qui una sorta di 'prova aperta' del suo recital di canzoni scritte con Massimo Troisi, che a giugno usciranno in un album e poi in una vera e propria tournée. A chiudere la rassegna sarà Elements, il 7 giugno in cui le pietre sonore di Pinuccio Sciola saranno 'accompagnate' da un gruppo di musicisti di cui facciamo parte io, Rita Marcotulli, Paolo Fresu, Andy Sheppard, Marlyn Mazur, Benita Haastrup, Roberto Masotti e Gerardo Lamattina”.
 
Aprile 2006

 
LENNY 4 FIVE 
di Francesco Patrizi
 
Un pianoforte classico, un piano jazz, due percussioni orchestrali e una batteria jazz: questi gli ingredienti originalissimi da cui nasce Lenny 4 Five, l’album con cui il Rumble Quintet rende omaggio al genio di Leonard Bernstein e che Silvia Alunni ha prodotto per l’etichetta discografica Velut Luna.

Il progetto nasce nel 2002, con un concerto andato in scena a Terni all’interno della stagione di Visioninmusica e continua con 12 concerti in tutta Italia cui fa seguito l’album, uscito lo scorso marzo.
L’opera del poliedrico compositore e direttore americano è di per sé un incontro originale tra scrittura orchestrale classica, opera lirica e tradizione jazz; il Rumble Quintet ha saputo cogliere lo spirito profondo dell’anima di Bernstein traducendola in un arrangiamento denso di significato: un pianoforte classico, suonato da Silvia Alunni, sul quale si intrecciano i guizzi e le ritmiche del piano jazz di Stefano Bollani; le percussioni di Antonio Caggiano e Gianluca Ruggeri tra le cui maglie irrompe l’improvvisazione del batterista Roberto Gatto.

Lenny 4 Five è percorso dalla ricerca di un timbro in grado di restituire l’enfasi della scrittura di Bernstein; i brani riarrangiati sono l’Ouverture, It Must be Me, The Paris Waltz da Candide, opera basata sull’omonima novella di Voltaire, scritta tra il 1954 e il 1956, e rielaborata da Paolo Silvestri, The Masque, tratta dalla The Age of Anxiety, commissionata a Bernstein dal direttore d’orchestra Serge Koussevitzky,  Tonight riarrangiata da Leandro Piccioni, Some Other Time e Lonely Town da On the Town del 1944 e le Symphonic Dances del celeberrimo musical West Side Story.
Quello che nella scrittura orchestrale era affidato al coro e ai fiati dell’orchestra, qui è sapientemente diviso tra i pianoforti e le percussioni.
I brani vengono arrangiati non inseguendo semplicemente la linea melodica, ma estrapolando quell’incredibile energia ritmica della scrittura di Bernstein.
La vera sfida vinta dai Rumble Quintet è aver saputo enucleare l’anima pulsionale del grande compositore americano, raggirando il facile rifacimento ruffiano di celebri melodie. L’operazione di Lenny 4 Five è sanguigna, viscerale, scava sotto le pelle e ci restituisce il sistema nervoso - per usare una metafora anatomica - della musica di Bernstein.
 
 
 
 

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