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A lezione dal regista di “Amélie”

Incontro con Jean Pierre Jeunet

“Ero con Jodie Foster, nel caffé parigino dove è ambientato Amélie. Dovete sapere che dopo il successo di Amélie in quel bar ogni 6 minuti arrivano dei ragazzi in pellegrinaggio. Io e Jodie eravamo proprio davanti ad uno di questi ragazzi con la macchina fotografica, che ci guardava. Ho pensato: forse ci ha riconosciuto, quando lui ci fa: ‘scusate, potete spostarvi?’”. A parlare è Jean Pierre Jeunet, che de Il favoloso mondo di Amélie è il regista, e che si trovava nel caffé con la diva hollywoodiana per parlare del suo nuovo film, Una lunga domenica di passioni storia d’amore ambientata sullo sfondo della prima guerra mondiale, che è stata presentato in anteprima nazionale il 1 febbraio 2005 a Terni, al Fiamma d’Essai, in un incontro organizzato dal corso di studi in Scienze della formazione in collaborazione con Umbria film commission. A presenziare alla proiezione lo stesso Jeunet, che si è trattenuto a lungo con gli studenti per rispondere alle loro domande su questa nuova opera. “Non ascoltate troppo quello che vi dicono gli insegnanti -  ha detto Jeunet salutando la platea - ma cercate di fare tanti film”.

Le sue opere tendono molto alla poesia, a scapito del realismo...

“Non mi interessa di riprodurre una situazione realistica quando faccio un film. Un film ‘di cronaca’ come Erin Brokovic, ad esempio, può interessarmi come spettatore, ma non come regista”.

Ha trovato difficoltà a raccontare un pezzo della storia di Francia di cui ancora molti non vogliono sentir parlare?

“No, devo dire che ormai certi problemi sono superati. Gli unici che ci hanno davvero creato problemi sono stati gli ecologisti. Hanno preteso che ripiantassimo ogni cespuglio tolto e si sono lamentati perché il rumore delle granate svegliava le ranocchie”.

Il film è stato ‘accusato’ dai francesi di essere americano...

“Questo è un film francese al 100%: il cast e la produzione sono francesi, è stato girato in Francia, racconta una storia francese ed è stato girato in lingua francese. La Warner Bros, che deteneva i diritti dal libro, ha finanziato il 35% della produzione e l’ha distribuito. Tutto qui”.

Lei ha lavorato in America, ma ci tiene molto ad essere considerato un regista europeo.

“E’ importante mantenere la nostra identità culturale. Non dobbiamo cercare di copiare i film d'azione all’americana. Dobbiamo cercare di raggiungere la loro qualità tecnica mantenendo la nostra qualità.  E’ quello che fanno i nostri grandi registi: Almodovar, Von Trier, Kusturica, Nanni Moretti”.

Lo sguardo di Mathilde è un po’ ingenuo, come quello di Amélie…

“Sono personaggi a cui piace giocare con il caso. E’ un atteggiamento che è tipico degli adolescenti, ed è anche il mio. Comunque è Audrey Tautou che è capace di rendere così questo tipo di personaggi. Con lei lavoro bene perché siamo simili, diamo molto spazio alla spontaneità”.

Sta già lavorando al prossimo film?

“Non ho progetti. Ho rifiutato di girare il quinto episodio di Harry Potter e spero di non dovermene pentire”.
 
Una storia d’amore sullo sfondo della grande guerra


di Eleonora Bonoli

Una lunga domenica di passioni non è solo la storia d’amore tra due giovani francesi che si trovano a vivere in uno dei periodi più bui della storia, ma anche il racconto, per immagini e sensazioni, di come la speranza riesca a battere lo scetticismo. Il film, tratto dal romanzo di Sebastien Japrisot, è ambientato sul finire della prima guerra mondiale quando Mathilde, la giovane protagonista (interpretata da Audrey Tautou), viene a sapere che Manech (Gaspard Ulliel), il grande amore della sua vita, è stato condannato a morte da una corte marziale per automutilazione, insieme ad altri quattro soldati francesi, e abbandonato nella “terra di nessuno”, la zona tra le trincee francesi e tedesche. Le prime notizie che giungono alla giovane sembrano non lasciare speranza ad un ritorno del ragazzo.
Nonostante questo, i sentimenti di Mathilde e la sua certezza di ritrovare vivo il fidanzato, prendono il sopravvento sulla razionalità a cui zii e avvocati cercano di richiamarla e così, la ragazza, inizia un peregrinare tra città e personaggi legati più o meno direttamente al giovane, per ritrovarlo.
Scena dopo scena, il regista fa conoscere allo spettatore la  protagonista e il suo mondo interiore, dominato da piccoli rituali ed escamotage che possano aiutarla a capire quello che potrà accadere. Mathilde è quindi sempre in attesa di un segnale che le indichi quanto sia importante continuare la sua ricerca, segnali che arrivano quasi sempre piuttosto confusi.
E la realtà le si rivela poco a poco, e allo spettatore non vengono date certezze fino all’ultima scena del film, quando la perseveranza della ragazza verrà premiata. La storia va avanti tra le vicissitudini di Mathilde, che non si lascia scoraggiare nonostante le notizie contraddittorie che le giungono, e i flashback dove imperversa una guerra devastante, in cui lo spazio per i sogni sembra essere lasciato a chi, probabilmente, è destinato alla morte.
 
Dai mostri di “Alien” alla Parigi anni ‘20


Con Una lunga domenica di passioni, Jean-Pierre Jeunet arriva al suo quinto lungometraggio. Nato nel 1955, il regista inizia la sua avventura nel mondo del cinema a 18 anni, dopo aver lavorato come operaio in una ditta di telefoni. Appassionato di fumetti, si dedica in un primo momento alla realizzazione di cortometraggi d’animazione con cui vinse anche due premi César. Il primo film, diretto con Marc Caro, del 1992, è Delicatnessen. Sempre affiancato da Caro, Jeunet realizza tre anni dopo La città dei bambini perduti mentre del 1997 è Alien, la clonazione. Il grande successo arriva nel 2001, con Il favoloso mondo di Amelie, candidato all’Oscar come miglior film straniero.

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