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Paolo Rossi contro l'impero del male

di Arnaldo Casali

Il suo spettacolo ternano l’ha fatto aprire ad un gruppo di giovani operai delle acciaierie e alla loro richiesta di solidarietà nella lotta per salvare il reparto Magnetico e garantire un futuro alla fabbrica-simbolo della città.
“C’è il teatro civile, è giusto che ci sia anche l’avanspettacolo civile” spiega Paolo Rossi, che sta girando l’Italia con “Esercizi per il Signor Rossi contro l’impero del male”, il nuovo spettacolo con cui continua – dopo “Romeo e Giulietta” il suo “Teatro di rianimazione”, un tentativo di risvegliare un’arte che, secondo il comico di Monfalcone, si trova attualmente  “in coma vigile”.
“Il teatro si è allontanato dalla gente – spiega - come la politica,  se ne vanno tutti i luoghi dove le coscienze si incontrano, anche solo per divertirsi”. 
 
Per questo spettacolo hai scelto la forma di varietà, e il motivo, dici, è che “più le cose vanno male più il varietà funziona”. Nei momenti drammatici la gente ha bisogno di ridere?
 
“Sì, c’è un gran bisogno di ridere, soprattutto se la risata mette in ridicolo le nostre paure, i  comportamenti che osserviamo nella nostra vita quotidiana, magari che assumiamo noi stessi ogni giorno. Faccio un esempio: nello spettacolo c’è una scenetta alla fermata di un tram con gente che è terrorizzata dagli stranieri. Certo è esagerata, ma magari vedere questa scena sul palco può aiutarti quando ti trovi davvero in una situazione simile”.
 
Ironizzi molto sul razzismo. Credi che dopo l’11 settembre il problema si sia aggravato?
 
“Sì, una volta gli stranieri si guardavano con diffidenza, oggi con paura. E la televisione non fa altro che rafforzare un clima di sospetto”.
 
Per questo hai scelto di mettere insieme un cast di cui fanno parte attori jugoslavi, giapponesi, ivoriani e tunisini?
 
“In realtà io cercavo attori bravi, non pensavo di fare una compagnia multietnica, certo però che ho tenuto la porta aperta anche agli stranieri. Siamo in dieci: cinque italiani e cinque extracomunitari”.
 
Non dà comunque l’idea di essere un gruppo messo insieme con persone raccolte per strada...
 
“Certo che no, sono tutti professionisti. La ragazza giapponese è l’attrice che ha fatto “Cantando dietro i paraventi” di Olmi, non è l’ultima arrivata. La verità è che anche da questo punto di vista abbiamo molti pregiudizi. In Tunisia ci sono ottime scuole di teatro che durano anche cinque anni e hanno discipline che le nostre scuole non si sognano neppure di praticare, come musica, danza, marionette, tutto ciò che può servirti a vivere con l’arte del teatro. Ovviamente sto parlando di un’accademia, non di una scuola alla De Filippi”.
 
Comunque non ti si può accusare di non amare l’Italia. Valorizzi molto le culture regionali, sia nella scelta degli attori italiani, sia parlando nel dialetto della città dove reciti.
 
“Mi viene normalissimo, quando sono in un posto, chiedere qualche parola in dialetto. Mi piace contestualizzare il mio lavoro nella città dove mi esibisco, e poi rientra nella mia idea che è quella di recitare con il pubblico non al pubblico”.
 
Il titolo dello spettacolo è “Esercizi per il signor Rossi contro l’impero del male”. Come mai?
 
“Perché questo non è lo spettacolo definitivo. Fra un mese sono convinto che sarà completamente diverso. Anche questo fa parte del mio modo di recitare con il pubblico.
Ormai abbiamo raffinato questa tecnica del teatro all’improvviso, e portiamo avanti questo modo di lavorare “work in progress””.
 
Hai scelto la struttura narrativa dei libri medievali, la forma dell’avanspettacolo e i contenuti della satira. Una scelta piuttosto singolare...
 
“Io sono un chimico, l’unico diploma che ho ce l’ho in chimica. Mi piace mischiare, contaminare, fare minestroni, mi piace il meticcio, combinare cose lontane nel tempo per vedere poi cosa ne esce, e  neanche io so prima cosa sto combinando”.
 
Tra gli oggetti della tua satira c’è la televisione. Nella televisione tu hai lasciato il segno, ma da un po’ non la fai. Perché?
 
“Non so se ho lasciato il segno, certo mi piacerebbe anche rifarla ma non me la fanno fare. Comunque la mia critica non è sulla televisione in sé. Io credo sia un grande elettrodomestico con delle potenzialità artistiche, e in Italia ha avuto un ruolo culturale importantissimo. Però ci dovrebbe essere spazio per tutto. Io mi diverto anche con programmi leggeri, tutti dieci minuti al giorno abbiamo voglia di raccontarci le barzellette, ma le altre ore vanno occupate in maniera diversa”.
 
Una delle tue ultime apparizioni televisive l’hai fatta al programma di Celentano. Proprio pochi giorni fa è saltato l’accordo con la Rai per il nuovo spettacolo perché, secondo lui, non gli davano libertà di parola. Che ne pensi?
 
“Questo è paese che teme gli artisti, che teme la satira politica, che è governato da persone che hanno paura persino delle loro ombra quando va via la luce. Devo dire anche, però, che quelli dell’opposizione non è che fanno molto per far tornare una voce diversa”.
 
Credi che i personaggi di spettacolo debbano occuparsi di politica?
 
“Non credo che un comico sia obbligato a fare politica, ma trovo molto stupido chi va in televisione e dice “a me non interessa la politica”. La politica non sono i partiti, la politica è occuparsi dei problemi della gente.  Te ne vuoi fregare? D’accordo. Poi un giorno ti ritroverai come Presidente una scimmia che ti dirà di prendere una banana al giorno”.
 
INVERNO 2005

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