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BRANCA L'AUTORE: Intervista a Mario Monicelli

di Arnaldo Casali


Mario Monicelli con Arnaldo Casali, Giuliano Montaldo e Alberto Crespi
 
Con 70 anni di carriera alle spalle e film come L’armata Brancaleone, Un borghese piccolo piccolo, Amici miei, La grande guerra, I soliti ignoti,  speriamo che sia femmina, Il marchese del grillo, Mario Monicelli è il maestro indiscusso della commedia all’italiana, oltre che un artista dal prestigio internazionale vinto a Venezia e a Berlino ed è stato candidato due volte al premio Oscar. In realtà detesta essere chiamato "maestro", così come odia le celebrazioni. A Veltroni ha ribadito più volte di volere funerali semplici e senza camera ardente in Campidoglio.
Nato a Viareggio nel 1915, figlio di un regista e drammaturgo, Monicelli ha debuttato nel mondo del cinema ad appena vent’anni e dopo una solida carriera come aiuto regista ha stretto un’alleanza con Steno, con cui ha diretto i suoi primi film lanciando i talenti comici di Totò e Aldo Fabrizi, sia come sceneggiatore che come regista. Tra gli oltre cento film da lui firmati ci sono I picari, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, Capriccio all’italiana, Boccaccio 70, Cari fottutissimi amici, Guardie e ladri, La mortadella, La ragazza con la pistola, Le due vite di Mattia Pascal, Padri e figli, Parenti serpenti, Romanzo popolare, Rossini Rossini!, Sono fotogenico, Totò cerca casa, Il conte Ugolino e Cari fottutissimi amici. L’ultimo -  Facciamo Paradiso – risale al 1995.

Quest’anno il festival “Le vie del cinema” di Narni gli ha reso omaggio dedicando al suo capolavoro lo slogan dell’edizione 2006 -  “Branca l’autore” – e la serata finale, che lo ha visto protagonista, reduce dalle riprese in Tunisia del suo nuovo film.

A quasi 92 anni, Monicelli ha scelto infatti di tornare dietro la macchina da presa per girare Le rose del deserto, ambientato in Libia durante la Seconda guerra mondiale, con un cast ricchissimo che comprende Giorgio Pasotti, Michele Placido, Alessandro Haber, ma anche i critici cinematografici Steve Della Casa e Tatti Sanguineti.
 
“Abbiamo girato in Tunisia perché in Libia non si poteva andare, per molti motivi, tra questi il controllo che fanno sulle sceneggiature. Anche perché il mio film parla della guerra, dei rapporti tra libici e italiani. Noi eravamo un esercito di occupazione all’epoca”.
 
A quei tempi, tra l’altro, lei in Libia c’era stato per girare un film.
 
“Sì, avevo diciannove anni e facevo l’assistente. Me la ricordo bene quell’esperienza: siamo stati due mesi e mezzo. Era il 1935 e a quei tempi la Libia era una nostra colonia, e i libici non è che fossero contenti.”.
 
Come è stato raccontare, settant’anni dopo, quel periodo che lei aveva vissuto in prima persona?
 
“Non è proprio lo stesso periodo perché il film è ambientato durante la guerra e io sono stato in Libia nel 1935, quando la guerra non era ancora cominciata. Anche se io la guerra, l’ho fatta quando è scoppiata, nel 1940. Non in Libia, ma nei Balcani. Però la Libia l’avevo conosciuta  quattro-cinque anni prima facendo questo film durante l’occupazione. Conoscevo la guerra e conoscevo la Libia, per questo per la sceneggiatura, oltre al libro di Tobino da cui è tratto il film, mi sono ispirato ai miei ricordi personali. E poi il film si chiama “Le rose del deserto” e il deserto è uguale dappertutto: in Tunisia, in Libia, in Marocco, in Algeria. E in Algeria c’ero stato per girare Brancaleone alle crociate. Quindi i deserti li conoscevo bene”.
 
Brancaleone alle crociate è il seguito dell’Armata Brancaleone, e l’ha girato quattro anni dopo.
 
“Forse anche  di più, sei-sette anni dopo. Perché non volevo girare il seguito, e infatti sarebbe stato meglio che non l’avessi fatto”.
 
Perché? E’ un bellissimo film.
“Sì, ma era un po’ di riporto. E poi quando arrivi per secondo arrivi secondo. Anche se è bello come il primo, ha un difetto: che arriva secondo. Come alle corse: il secondo può anche essere  più bravo del primo, però è arrivato secondo”.
 
E il  motivo per cui  non ha fatto Amici miei atto III?
 
“Sì. Era già troppo il secondo. Che non volevo fare, e l’ho fatto dopo sei-sette anni. Non volevo farlo. E infatti mi hanno detto: “Ma era meglio il primo”. E’ vero, anche perché è il secondo. Per forza è meglio il primo”

Quindi non crede molto ai seguiti.
 
“No, ci crede il produttore, che ci guadagna molto perché dopo il successo del primo trova tutte le porte già aperte, i privilegi, l’esercente pronto ad accoglierlo. Per il regista no, perché il regista arriva sempre secondo. Era meglio il primo, ti dicono”.
 
L’Armata Brancaleone l’ha girato in gran parte in Umbria. Che ricordi ha di quell’esperienza?
 
“Ricordi bellissimi. L’Italia centrale era, come sempre, la vera Italia. L’Italia non è né il Piemonte – come credevano i piemontesi – né Napoli. L’Italia vera è quella centrale: Toscana, Marche, Umbria e Abruzzo. Qui si è svolto tutto quello che serviva all’Italia. E’ l’Italia migliore, quella più autentica. L’abbiamo girato tutto qui, il film”.

E’ anche ambientato in Umbria. Brancaleone è umbro, perché è di Norcia.
 
“Certo, questa è l’Italia autentica. Tutto il resto è di supporto”.

Come è nata l’idea di fare Brancaleone?
 
“E’ nata dal desiderio di raccontare cosa accedeva in Italia nell’anno mille. Il medioevo era un periodo particolarmente barbaro. In Italia non c’era la civiltà; la civiltà, in quel periodo, apparteneva solo all’Islam. E allora avevamo voglia di raccontare questo medioevo, un medioevo alternativo a quello epico che ci propongono i romanzi cavallereschi di Chrétien de Troyes. Che fosse quindi una parodia, ma allo stesso tempo, una contrapposizione a quest’immagine finta di un’epoca eroica e favolosa che si vede nei kolossal hollywoodiani”.
 
Quindi un medioevo comico, parodistico, ma per certi versi anche più realistico, in tutta la sua violenza e rozzezza.  
 
“Sì, sicuramente. Volevamo mostrare l’altra faccia del medioevo”.
 
Come avete creato la lingua dell’Armata Brancaleone? Una lingua destinata a fare epoca.
 
“Non l’abbiamo creata, ma desunta, rubacchiata, soprattutto da Jacopone da Todi, san Francesco, Gregorio Magno. Andavamo a pescare in  molti testi medievali. E poi molto dai dialetti, di cui eravamo grandi cultori e grandi intenditori. Pescavamo modi di dire, vocaboli dialettali, specialmente dal sud. E qualche volta ce li siamo inventati. La verità è che il ritmo, la costruzione, la prendevamo soprattutto da Jacopone da Todi e in parte anche da san Francesco, che noi dileggiavamo nel modo di parlare. Ci si divertiva a scherzare sul linguaggio: fratello sole, sorella luna. Mentre sceneggiavamo ci inventavamo un linguaggio goliardico e per tutto il tempo parlavamo davvero così, quindi non è stata una cosa di grande studio, anche spontanea, divertita”.
 
La scelta del dialetto era molto anticonformista, per quei tempi…
 
“Fino al giorno prima si diceva che non bisognava parlare in dialetto. Nei film si voleva l’italiano puro. Io invece ero un sostenitore del dialetto. Io e i miei collaboratori volevamo usare solo ed esclusivamente il dialetto. Adesso se ne sono accorti, che il dialetto è fondamentale per la lingua italiana”.

Come è stato messo insieme il cast?
 
“Gassman c’era sin dall’inizio. Il personaggio era stato pensato per lui. Per il resto il cast è stato scelto gradualmente, cercando gli attori che potessero essere adatti ai personaggi. I risultati non sono stati sempre buoni: Gian Maria Volonté, ad esempio, non era assolutamente adatto per la parte del bizantino. Io non lo volevo, l’ha voluto Cecchi Gori che con lui aveva fatto i film di Leone. Io invece avevo proposto la parte a Raimondo Vianello, che però ha rifiutato categoricamente, e anzi, devo dire che mi ha anche trattato piuttosto male. Questo perché lui ha un forte rancore nei confronti del cinema, che lo ha dimenticato. Lui in televisione formava una coppia comica grandiosa con Ugo Tognazzi. Ma Tognazzi è stato  preso dal cinema e trasformato in una grande star, mentre Vianello è stato completamente abbandonato. E’ un  vero peccato perché Vianello avrebbe  potuto dare molto al cinema, e sicuramente avrebbe reso il personaggio del bizantino meglio di Volonté che – anche fisicamente – non era assolutamente adatto alla parte”.
 
Gassman, invece, diceva, c’era sin dall’inizio.
 
“Sì, l’ho scelto per un ruolo comico per la prima volta nella sua vita perché lo conoscevo fuori dal set. Era una persona molto divertente, simpatica, spiritosa, che sapeva cogliere gli aspetti umoristici della vita. E allora mi domandavo: come mai un attore con queste qualità e questa formazione deve fare sempre i drammi, i Re Lear, gli Amleti? Così gli ho proposto una parte comica, e ha avuto il successo che meritava di avere. Con Gassman avevamo un rapporto di grande familiarità e amicizia e devo dire  che ha sempre risposto a quello che gli chiedevo in maniera che mi ha molto favorito. Per cui se io ho una certa notorietà lo devo in gran parte a Gassman, che ha fatto i film che io ho scelto. Gassman, ma anche tutti gli altri attori con cui ho lavorato”.
 
La lavorazione di Brancaleone è stata molto tormentata. E’ vero che Cecchi Gori non lo voleva produrre?
 
“Quando ha letto la sceneggiatura, la prima cosa che Mario Cecchi Gori ha detto è che c’erano due cose che non gli piacevano: per prima cosa il linguaggio, che lui non capiva. anche perché era un uomo acculturato, ma non eccessivamente. Soprattutto pensava che queste cose dette sullo schermo rendessero il film incomprensibile. Inoltre è un film che non ha intrighi, sviluppi, non so, tradimenti, amori. Ma una serie di vagoncini – disse così – uno dietro l’altro in un treno che non porta da nessuna parte perché non si sa nemmeno come finisce. Io gli dissi: se non lo vuoi fare mi rivolgerò a qualche altro. Quanto all’intreccio, a me non piacciono i film pieni di intrighi che poi si risolvono alla fine con la giustizia e l’amore che trionfano. A me interessa mettere in piedi personaggi e vicende, uno dietro l’altro. Questo mi piace fare. Lui mi disse: bene, allora io non ti pagherò. Se al film ci credi prenderai la percentuale sugli incassi. Io accettai, e alla fine presi naturalmente più del triplo di quanto lui mi avrebbe offerto. D’altra parte c’è una specie di regola nel cinema italiano: un film che nasce faticosamente finisce bene”.
 
Il film è molto bello anche dal punto di vista delle immagini...
 
“Questo non è dovuto a me. Chi cura le immagini del film sono tre persone: lo scenografo, il costumista, e il direttore della fotografia. Io avevo due  assi, due maestri da premio Oscar: Piero Gherardi e Carlo Di Palma. Per questo il film ha questo aspetto di grande qualità”.
 
Uno dei personaggi più deliziosi è il cavallo Aquilante. E’ vero che in realtà era una cavalla?
 
“Francamente non mi sono mai interessato al sesso del cavallo. Mi ero interessato che avesse questo colore giallino, umile, ispirandomi al prototipo di Sancho Panza. L’abbiamo tinto di giallo e messo una gualdrappa che era una retina miserabile. Il sesso francamente non l’ho guardato e sinceramente credo che anche se lo guardassi non lo riconoscerei”.
 
C’era un’atmosfera divertita sul set?
 
“Sul set non lo so. Molti miei attori dicono che si sentivamo un po’ frustati. Io mi divertivo, ma mi dicono che gli altri non si divertivano, perché li facevo faticare molto! Direi che le parole chiave erano divertimento, e fatica!”.
 
Con i suoi film lei ha viaggiato nel tempo e nei generi cinematografici, raccontando sempre storie inedite e originali. Ma dove trova le idee?
 
“Ovunque. Dai libri, dagli aneddoti, dai racconti, dalle chiacchiere con gli sceneggiatori”
 
Oggi il problema principale del cinema italiano sembra essere invece proprio la mancanza di idee, di storie.
 
“Mancano gli sceneggiatori, non mancano le storie. Gli sceneggiatori  non leggono. Ecco, guardi questo libro: l’ha trovato un signore in una bancarella. Ha visto che c’era scritto ‘Monicelli’ e me l’ha portato. E’ un libro del 1948. Tre racconti di Fleubert. Ecco cosa leggevo io da giovane. Chissà cosa ho rubato da questo libro. A volte basta un personaggio, un tratto. Si ruba continuamente, non c’è nulla che si inventa”.
 
Forse è proprio questo il problema. I giovani registi sembrano più interessati a raccontarsi, che a raccontare...
 
“Bene, se hanno delle cose da raccontare, raccontino”.

Cosa le piace oggi del nuovo cinema italiano?
 
“Non è che segua molto. L’ultimo che sono rimasto che mi piaceva era Soldini, e poi Giordana. E poi non mi vengono in mente. Giordana è recente, no?”.
 
Certo, La meglio gioventù.

“No, non La meglio gioventù”.

Non l’ha visto?
 
“Sì l’ho visto, l’ho visto. Purtroppo l’ho visto”.
 
Forse allora le è piaciuto I cento passi.
 
“Sì, I cento passi. La meglio gioventù è una truffa. Ha rappresentato un’Italia edulcorata. Per carità. Bisogna essere feroci, duri, altro che La meglio gioventù”.
 
Come è cambiato il cinema dagli anni ’50 a oggi? Ci sono stati passi avanti, anche a livello tecnico?
 
“Sì, ci sono stati molti passi avanti, che non servono a niente. Hanno inventato lo zoom per cui non c’è più bisogno del carrello, ma io non uso lo zoom e continuo a fare il carrello, perché ha una resa diversa. Passi avanti soprattutto sono stati fatti nello sviluppo e nella stampa. Quando non c’erano questi nuovi ritrovati, bagni speciali, luci e altro il  direttore della fotografia aveva dei grossi problemi da risolvere durante le riprese, affrontava le cose pericolosamente. Se sbagliava le luci in certi momenti non si riprendeva più, venivano degli sbalzi, per cui la continuità era una delle grandi doti e delle cose più difficili. Quello, per esempio, è un problema che oggi è risolto. Un direttore delle luci può fare qualsiasi cosa e alla fine  va  bene. Per il resto, sì, la macchina da presa pesa di meno, non si ingrippa più la pellicola mentre giri”.
 
Però mancano gli sceneggiatori.
 
“E non c’è tecnica che possa far nascere gli sceneggiatori. Salvo, non so, le coppie di fatto. Magari dei Pacs tra grandi sceneggiatori che ne facciano nascere altri!”.
 
Quali sono i più grandi sceneggiatori con cui ha lavorato?
 
“Glie ne cito cinque: Suso Cecchi D’Amico, Age, Scarpelli, Benvenuti, De Bernardi. Tutti dei veri giganti del racconto, della sceneggiatura, del dialogo, dei personaggi”.

Le è piaciuto il Caimano?
 
“Sì. Mi è piaciuta molto la storia d’amore di Silvio Orlando e  Margherita Buy. E anche la storia d’amore verso il cinema, e quindi le sconfitte e i tradimenti che vive sia per l’amore per la donna, sia per l’amore per il cinema. L’ho trovata una cosa straordinaria. Mi è piaciuto molto meno il fatto che poi alla fine intervenga lui a fare il Caimano sulla scalinata. Secondo me il finale è un corpo estraneo, ma per il resto l’ho trovato straordinario. E glie l’ho anche detto”.

E lui che ha risposto?
 
“E’ stato contentissimo, ovviamente!”.
 

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