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INTERVISTA A CARLO LIZZANI

di Arnaldo Casali

 

 
Da giovane è stato uno dei protagonisti della grande stagione nel neorealismo, firmando opere come Riso amaro e Germania Anno Zero (da sceneggiatore) e collaborando con tutti i grandi maestri, da Rossellini a De Santis. Di quella stessa, leggendaria stagione, Carlo Lizzani è diventato poi il più importante storico, con libri, documentari, ma anche con un film – Celluloide, del 1996 – che racconta la travagliata storia di Roma città aperta con Massimo Ghini nel ruolo di Rossellini, Antonello Fassari in quello di Aldo Fabrizi, Lorenzo Siciliano in quelli di Fellini, Lina Sastri in quelli di Anna Magnani.
Il festival “Le vie del cinema” di Narni gli ha reso omaggio quest’anno proiettando la versione restaurata di La vita agra. Commedia al vetriolo con Ugo Tognazzi e Giovanni Ralli, che – raccontando la storia di un uomo che per vendicare una sciagura avvenuta nella miniera dove lavora, va a Milano per far esplodere un grattacielo e diventa poi un abilissimo pubblicitario – aveva anticipato nel 1964 tematiche come le dinamiche psicologiche della reclame, la mercificazione ‘repressiva’ del sesso, la crisi della coppia aperta, il distacco tra gli intellettuali di sinistra e il proletariato.
“Io credo che mettendo insieme molte sequenze dei miei film si potrebbe raccontare l’Italia del ‘900 e con qualche sguardo anche all’Ottocento attraverso – per esempio – Le cinque giornate di Milano e L’amante di Gramigna. La vita Agra potrebbe – mi piacerebbe tanto – che fosse posto in quest’antologia che potrebbe essere poi la storia dell’Italia”.
 
Come giudica Le vie del cinema, il festival che quest’anno ha riproposto questo suo straordinario film?

“Ho sempre seguito questa rassegna di Narni e credo che dia un grande contributo alla memoria del cinema, a questo patrimonio che abbiamo che rappresenta una grande ricchezza e che ogni anno Narni ricorda. Mi pare un appuntamento ormai importante che ogni anno rivisita un segmento di quest’enorme miniera rappresentata da quello che il cinema italiano ha accumulato nei decenni”.

Oggi ad un giovane consiglierebbe di intraprendere una carriera nel mondo del cinema?

“Io ho sempre accompagnato la mia attività di regista con quella teorica, di riflessione, come storico del cinema. E – avendolo maturato già durante la direzione del festival di Venezia – qualche anno fa ho scritto molto su cos’è il cinema. Innanzitutto “cinema” è una parola troppo stretta. Chi scrive come voi pratica un tipo di professione che mette su un piano di pari dignità chi fa articoli, chi novelle, chi romanzi. D’altra parte lo stesso Hemingway faceva il giornalista. La televisione, al di là di come è gestita oggi, ha grosse potenzialità, perché può dare spazio a misure brevissime come gli spot (non a caso ci sono molti registi che sono nati proprio dalla pubblicità) o film di ore e ore come Alexander Platz di Fast Binder – che presentai a Venezia -  e che era un film di 12 ore.
Insomma se uno scrittore può fare “Guerra e pace” così come una novella, un regista deve poter spaziare tra le varie potenzialità di questo lavoro.  Quindi ad un giovane cosa dire? Innanzitutto devi scrivere, perché se non affascini con la scrittura dove vai a proporrei tuoi film? E poi considerare che la sua carriera non deve consistere unicamente nell’andare in sala. Oggi c’è un regista come Vittorio De Seta, promosso da Scorsese a livelli altissimi, che ha fatto quasi soltanto documentari. Le sue opere sono preziose, come lo sono quelle di moltissimi documentaristi. Ad un giovane direi allora: cerca di capire cosa vuoi fare. Se fossi uno scrittore faresti romanzi, o poesie o reportage giornalistici. Non è che chi scrive deve per forza fare il romanzo. Così fare il regista può significare fare uno spot o un film di quindici ore”.
 
Insomma oggi non si può continuare a pensare al cinema solo come sala cinematografica.
 
“Se punti al cinema pensando che devi andare per forza in sala fallisci. Oggi il cinema è solo una piccola porzione dell’immagine in movimento. Ecco, non c’è una parola per definirlo, questo. L’unica sarebbe Motion picture. Aimé, un’altra parola in inglese. Perché se dici cinema pensi subito alla sala. Per questo ho tradotto “immagine in movimento”. Linguaggio dell’immagine”.

Lei stesso ha lavorato per la televisione con Maria José e Le cinque giornate di Milano.

“La fiction rappresenta senza dubbio una grandissima risorsa, anche se dipende sempre a che livello si metterà la committenza. Perché se si continua questa corsa verso il basso per avere l’audience, sarò il primo a fuggire dalla televisione. Ma ci sono ancora oggi ottimi prodotti televisivi. Citavo prima Alexander Platz, ma potrei citare anche La meglio gioventù”.
 
Che, significativamente, è stata proiettata anche al cinema.

“Anche lì bisogna distinguere. Perché certo, c’è fiction e fiction, anche se rappresenta tanto lavoro per l’Italia, quindi anche io gioisco del fatto che oggi si facciano anche tante lunghe serie, piuttosto che comprare quelle brasiliane. E’ lavoro per noi e una palestra per i più giovani”.

Lei ha avuto più problemi riguardo alla libertà creativa rispetto al cinema? Ad esempio le pressioni dei pubblicitari sulla stessa sceneggiatura?

“Quella è una cosa disgustosa, e sarebbe una ragione per non fare più la fiction. Se parliamo di quello non c’è discorso che regga e se aumenta ancora di più è la fine. Ma ancora, se c’è una buona possibilità – anche se ne vedo sempre meno – si può fare. Bisognerebbe fare più tv movie, un genere  che è più agile e può diventare anche un buon film”.

Lei ha vissuto da protagonista gli anni del Neorealismo. In seguito quel periodo l’ha poi raccontato, da storico.

“Sì, con Celluloide, e poi i tre ritratti di Visconti, Rossellini e Zavattini. Ho cercato di far capire che il neorealismo non fu solo una rivoluzione di contenuti, ma una rivoluzione di linguaggio. Se fosse stata solo di contenuti si sarebbe esaurita presto. La ragione per cui all’estero fece colpo fu non solo per la scoperta di un paese sconosciuto al mondo, venuto da venti anni di fascismo, ma perché insieme è stata anche una grande rivoluzione formale. E’ cambiata la sintassi, la fotografia, il montaggio, il modo di raccontare”.
 
Quale è il rapporto tra quegli anni e il cinema di oggi?

“E’ appunto che oggi non c’è una scuola, un movimento. Movimento non significa che tutti devono fare la stessa cosa, il neorealismo comprendeva il grande linguaggio formale di Visconti come quello asciutto e scarno di Rossellini e il patetico di De Sica, però tutti avevano insieme – oltre che una vocazione a scoprire l’Italia – anche un modo di raccontare che se si va ad esaminare ha dei fattori comuni molto evidenti”.
 
Cos’è che manca oggi al cinema italiano?
 
“Manca questo. Una scuola, come la Nouvelle vague. Che c’entra Godard con Trouffaut e Romer?  Eppure insieme  avevano dei dati formali, facevano insieme una rivista, si frequentavano, litigavano. Oggi sono tutti isolati”.

Lei ha cominciato come attore, nel suo primo film. Poi ha lanciato, come attore in Achtung Banditi! un altro grande maestro come Giuliano Montaldo.

“Beh, lui ha cominciato proprio come attore. Io come critico, sceneggiatore, e poi facendo l’assistente nel film “Il sole sorge ancora”. Nell’epoca nerealistica si prendevano gli attori dalla strada. Piacque la mia immagine per fare un giovane sacerdote, e coincise con una scena di grande maestria registica”.

Il passaggio da davanti a dietro la macchina da presa è un filo rosso nel cinema italiano che va da De Sica a Rossi Stuart passando per Ricky Tognazzi e Michele Placido e i grandi comici come Benigni e Verdone. Secondo lei è  un passaggio naturale o non basta aver recitato per assumersi la responsabilità di un film?

“No non basta, infatti oggi mi pare che si esageri. Basta aver fatto due, tre film da attore per mettersi a fare il regista. Però i risultati sono buoni. Penso che non ci sia una regola, anche se la regia esige forse una certa preparazione”.

Però in Italia non c’è una scuola di registi. La maggior parte dei registi italiani non ha studiato regia, ma viene dalla sceneggiatura, dalla fotografia, o appunto, dalla recitazione. A suo avviso questa è un anomalia, o il regista è un mestiere che non si impara a scuola ma con l’artigianato?

“Ma l’artigianato è una scuola. Il fatto è che prima si facevano tanti film e quindi si stava sul set come assistenti, aiuto registi. Oggi c’è il Centro sperimentale che funziona bene, poi ci sono scuole private. Ma la vera scuola è quella del set, e siccome si lavora poco si impara  poco. Perché se il set è quello delle fiction dove cambia il regista una volta a settimana, come scuola non è un granché”.
 
Nel cinema contemporaneo cosa le piace in particolare?

“A parte la generazione di Bellocchio, Moretti e Benigni, mi sembra di vedere figure interessanti anche tra i giovani, come Paolo Virzì e Roberta Torre”.

Si parla sempre di crisi del cinema italiano e di rinascita del cinema italiano. Ma il cinema italiano sta rinascendo è in crisi?

“Finché non c’è un gruppo, o una scuola, si vivacchia, si sopravvive anche con ottimi talenti, ma un’identità ci sarà quando ci sarà un gruppo – che magari uccide pure i padri, i nonni – ma che crea un’identità collettiva. Altrimenti avremo anche dei successi, ma resteranno sempre dei casi isolati”.
 
(Luglio 2006)
 
 

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