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INTERVISTA A GIOVANNA RALLI

di Arnaldo Casali

 

 “Quando ha presentato a Cannes “Volver”, Pedro Almodovar ha detto di dedicare il suo film alle attrici che lo hanno fatto sognare, e ha citato la Loren, la Cardinale, la Magnani… e la Ralli. E’ una cosa che mi ha fatto molto piacere. D’altra parte io ho iniziato prestissimo e i miei film, negli anni ’50 e ’60, in Spagna erano tutti box office”.
Il Generale della Rovere, C’eravamo tanto amati, La vita agra, Luci del varietà, Nel blu dipinto di blu. Sono solo alcuni tra i titoli interpretati, in più di più di sessant’anni di carriera (esordì, ancora bambina, nel 1942), da Giovanna Ralli, tra le “maggiorate” più popolari dell’Italia degli anni della ricostruzione e uno dei simboli dell’epoca d’oro del cinema italiano.
E’ a lei che il Comitato per la premiazione di un messaggio d’amore ha assegnato quest’anno il San Valentino d’oro per lo spettacolo.
 
Signora Ralli, quando è cominciata la sua lunga carriera?
 
“A tredici anni, facendo teatro con De Filippo. A 15 ho debuttato nel cinema insieme a Sofia Loren. Eravamo comparse in quello che fu il primo film di Fellini, “Luci del varietà”. Da lì cominciarono i provini e la gavetta. Poi il mio primo film con De Sica, che era “Villa Borghese”.
 
A quei tempi era ancora una ragazzina.
 
“Ero una bimba. Quando io e Sofia abbiamo partecipato a Miss Italia avevamo quindici anni. Sofia ha quattro mesi più di me. Eravamo davvero delle bambine”.
 
Che consapevolezza aveva, a quell’età, di questo lavoro?
 
“La consapevolezza, per me era soprattutto quella di lavorare. Non è che avessi tanto la vocazione di fare l’attrice. Poi mi sono resa conto che avevo talento, le critiche cominciavamo a parlare talmente bene di me che ho pensato che fosse la mia strada. A parte questo mi dava grande gioia vivere un altro personaggio che non fossi io. Credo di aver dato vita a più di cento personaggi, perché ho fatto un centinaio di film. Tanti, davvero”.
 
Come era, nel periodo della “Dolce vita”, essere attrici del cinema?
 
“Erano stagioni bellissime del nostro cinema, io poi avevo degli autori eccezionali che scrivevano per me: da Amidei ad Age e Scarpelli, fino a Ettore Scola. Con lui ho fatto il suo primo film, poi “C’eravamo tanto amati” e “Una giornata particolare” in teatro. Si lavorava in un modo straordinario”.
 
Come è cambiato il mondo del cinema in cinquant’anni?
 
“Non me lo chieda, perché io l’ultimo film che ho fatto è stato “Il pranzo della domenica”, nel 2002. Ho sempre alternato teatro e cinema, ma negli ultimi anni ho fatto soprattutto teatro. Ormai al cinema la mia carriera l’ho fatta, anche se oggi se mi capita qualcosa di giusto per la mia età lo faccio volentieri. Comunque vedo che c’è una certa ripresa nel cinema italiano, con autori giovani molto bravi”.
 
Che differenza c’è, per un’attrice, nel fare teatro o fare cinema?
 
“Io amo molto il cinema. Intanto perché non è routine. Fai sempre storie nuove e attuali. A teatro, invece, ti capita di ripetere lo stesso testo, magari a distanza di anni. Certo, a teatro hai l’emozione del pubblico che è diversa. Però anche il cinema ti dà una sua emozione, perché a teatro fai una scena che continua e quindi all’emozione ci si arriva naturalmente. Al cinema no: devi improvvisare in due secondi un emozione, magari solo per fare un primo piano; ed è quello che è straordinario”.
 
E’ diversa anche la preparazione, per un attore?
 
“Dipende dalla storia e dal regista. Per esempio Rossellini ti dava molta libertà. Con lui ho fatto tre film e ho il ricordo di un regista che non era mai severo o rigoroso. Ti dava libertà assoluta, anche perché poi bastava un’occhiata per capire quello che voleva. Era un regista straordinario, molto tranquillo. E anche Lizzani: ho un ricordo molto bello di ‘La vita agra’”.
 
L’incontro che l’ha segnata di più?
 
“Tanti, per quanto riguarda il teatro Garinei e Giovannini. Avevamo fatto una commedia musicale chiamata “Un paio di ali” quando avevo 19 anni, dove cantavo “Domenica è sempre domenica” che divenne poi la sigla del “Musichiere”; con loro debuttai in seguito nella prosa con “Fra un anno alla stessa ora”. E poi sicuramente Rossellini e Francolini, che girò i primi film con cui il pubblico cominciò ad amare il mio personaggio di ragazza romana impulsiva. Sono cresciuta sicuramente molto con Rossellini facendo il mio primo film drammatico, e poi Emmer, Lizzani, Scola, Monicelli. Ho lavorato un po’ con tutti”.
 
C’è un film che si è pentita di aver rifiutato, o viceversa, di aver accettato?
 
“Nella vita di un’attrice si fanno delle scelte. Se una cosa la rifiuti è perché non ci credi. Purtroppo non sempre puoi permetterti di scegliere, perché nell’arco di una carriera devi sempre affrontare il compromesso e magari aspetti uno-due anni per fare la cosa buona che non arriva. Non sempre puoi fare quello che vorresti. Anche per questo ho fatto molto teatro, forse per non accettare un cinema che non amavo”.
 
Il teatro dà maggiore libertà?
 
“E’ difficilissimo trovare il testo giusto. Forse quello che ho amato di più è Pinter, perché è un autore che ho sentito moltissimo, tanto che ho avuto delle critiche straordinarie”.
 
Pinter, senza dubbio, è poco cinematografico. A teatro preferisce fare cose diverse da quelle che fa al cinema?
 
“Non è questo. E’ Pinter che è eccezionale. E’ un autore che affascina da impazzire un attore”.
 
Cosa ne pensa della crisi del cinema italiano?
 
“La crisi del cinema c’è sempre stata. Da quando ho iniziato, 50 anni fa, si parlava di crisi del cinema. C’è sempre stata la crisi del cinema, ma nel frattempo abbiamo fatto dei capolavori straordinari vincendo degli Oscar con un cinema invidiato in tutto il mondo”.
 
Questa consapevolezza c’era già allora?
 
“Penso di sì. Da Germi a Fellini i grandi del cinema italiano erano consapevoli di avere un patrimonio che non avremmo mai perso. Poi i tempi sono cambiati, anche a causa della televisione. Oggi si fanno 20 film in un anno, allora se ne facevano 300-350”
 
Cosa le piace guardare al cinema, come spettatrice?
 
“Almodovar mi piace moltissimo. In generale mi piace il cinema spagnolo perché assomiglia molto a quello degli anni in cui facevamo la commedia all’italiana, allora molto sottovalutata, e che invece è stata importante forse più del neorealismo. Se allora pensiamo che a quei tempi erano considerati registi medi Monicelli, Risi, Comencini… Attraverso la commedia abbiamo dato vita a personaggi stupendi”.

(da Il Giornale dell'Umbria del 9 marzo 2007)

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