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L'arte di vivere

Intervista a Glauco Mauri

 
di Arnaldo Casali

“Sono convinto che l’impegno di un uomo di teatro non debba essere solamente estetico ma anche etico, civile, e credo che il teatro possa aiutare nel suo piccolo la gente e la società; per questo cerco sempre di abbinare testi che possono permettermi di fare uno spettacolo emozionale con testi che possono arricchire di inquietudine ed interrogativi la gente che viene a teatro”.
E’ toccato a Glauco Mauri, chiudere quest’anno la Stagione di Prosa del Comune di Terni e del Teatro Stabile dell’Umbria, con uno spettacolo -  “Delitto e castigo”  - in cui il mostro sacro del teatro italiano, da quasi sessant’anni sulle scene – ha ceduto il ruolo di protagonista a Roberto Sturno (con cui lavora dal 1981) riservandosi il ruolo di comprimario e quello di regista, con un allestimento particolarmente evocativo e originale del capolavoro di Dostoevskij, “uno degli autori – dice - meravigliosamente adatti a suscitare emozioni e interrogativi nella mente degli spettatori”.
“E questo è uno dei motivi per cui l’ho scelto. Dostoevskij l’ho scoperto quando ero giovanissimo e mi ha aiutato – insieme a Shakespeare e Beckett – a costruire Glauco. A diventare quello che sono”.
 
Insomma, un autore di formazione.
 
“Sì, ma di formazione umana, non solo culturale. E poi l’ho scelto perché mi interessava moltissimo il problema della comprensione. Come tutti i grandi Dostoevskij non giudica mai, ma cerca di comprendere. Comprendere, che non significa giustificare. Quello che ho cercato di mettere evidenza da questo testo è che il primo dovere dell’uomo è quello di comprendere. Ecco perché mi è rimasta impressa questa frase: “L’uomo è un mistero difficile da risolvere”; io cerco di comprendere questo mistero”.
 
Ci sono passi nel testo che sembrano quasi tratti da “Monsieur Verdoux” di Chaplin, quando il protagonista dice che l’omicidio è un delitto punito se commesso da un singolo, ma giustificato se compiuto dallo Stato.
 
“Infatti ci sono frasi di una tale sconvolgente attualità che molti degli spettatori vengono da me e mi chiedono se sono stato io ad aggiungerle. E io rispondo: no, quella frase è stata scritta nel 1866. Per questo ho inserito anche brani tratti da altre opere e da lettere private, come “il diavolo e Dio sono sempre in lotta tra di loro, e il campo di battaglia è il cuore dell’uomo”. Ecco perché in Dostoevskij c’è  sempre questa laica pietà nei confronti dell’uomo. Questa palla di fango e di luce che è l’uomo, con il bene e il male che lo tirano da una e l’altra parte. Sono tutti temi e motivi che appartengono alla mia vita”.
 
Parla di pietà laica. Anche se in Dostoevskij è sempre presente una forte religiosità.
 
“In questo testo ho cercato di mettere in evidenza una cosa: esiste un assassino che alla fine si costituirà senza rendersi conto fino in fondo di quello che ha fatto, ma che è aiutato da due persone: una giovane prostituta che gli dice che la sofferenza lo salverà. E questa è la via dell’amore e della religione. Porfirij il giudice dice praticamente le stesse cose ma rappresenta la via laica, che è quella che io amo di più perché è molto più profondo convincersi dei propri errori attraverso una via laica, perché devi scavare di più dentro te stesso”.
 
In questo caso le due vie coincidono.
 
“Sì, perché al centro delle due visioni, quella laica e quella religiosa, c’è sempre l’uomo”
 
Una considerazione importante in un momento in cui sembra in atto un vero e proprio conflitto tra religione e laicità.
 
“Io trovo che anche la laicità sa una forma di religione. E’ la religione dell’uomo, dei rapporti umani. E’ quella cosa che ti porta a sentirti responsabile di qualunque cosa possa commettere di male un uomo. Perché noi siamo corresponsabili di tutte le cose che accadono nella società”.
 
Questo è esattamente quello che era emerso dal dialogo tra Carlo Maria Martini e Umberto Eco: quello che hanno in comune laici e religiosi è l’amore per l’uomo.
 
“Certo, in un momento in cui la tecnologia ci sta permettendo di costruire tutto, noi ci stiamo dimenticando di costruire la cosa più importante, che è proprio l’uomo”.
 
Quindi basterebbe avere più attenzione per la persona per scontrarsi di meno.
 
“Il concetto della comprensione credo sia alla base di una società sana”.
 
Entrare ogni sera nelle vite di personaggi diversi aiuta l’attore a capire meglio l’uomo?
 
“Ne sono profondamente convinto. Brecht diceva che tutte le arti contribuiscono all’arte suprema, che è quella di vivere. Io credo che il teatro sia una delle arti del vivere. E poi si dice dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Pensa che fortuna che ho avuto io con compagni di vita come Zio Vanja, Edipo, Macbeth. Questi personaggi così complessi io ho cercato di capirli, di capire quali erano i loro problemi e quindi sono venuto a contatto con bellezze e turpitudini. Con tutte le sfumature dell’animo umano. Ecco perché considero un mio dovere mettere a disposizione degli altri questo bagaglio che ho”.
 
Lei è uno di quelli che una volta si chiamavano gli attori di prosa. Cioè un attore di teatro puro, che non si è “aiutato” con il cinema e la televisione…
 
“Io non sono uno di quelli che dicono che un buon attore non può venire dalla televisione. Tutti hanno il diritto di stare sul palcoscenico o su una piazza e parlare agli uomini raccontando una favola. Poi naturalmente alla base bisogna non barare mai, essere onesti. Io non credo all’arte per l’arte, ma all’arte per la vita. Credere nell’arte per la vita è quello che mi dà la forza – a 76 anni – di girare l’Italia, da Trieste ad Agrigento. Perché se qualcuno mi dice in camerino “ah, che bravo” non dico che non  mi fa piacere, ma non è questo che mi interessa. Se invece mi dicono “Domani vado a leggere il libro”. Ecco, quello è il vero applauso per me”.
 
Insomma le interessa più raccontare storie che esibirsi.
 
“Mi ricordo che la prima volta che ho fatto il Re Lear, avevo già 52 anni, e l’ultima scena è molto commovente. Io sono convinto che l’attore debba partecipare con razionalità al sentimento, ma la poesia ha le sue ragioni che la ragione non conosce. E una sera mi venne da piangere. E mentre recitavo mi sono detto: chi è che piange? Re Lear o Glauco? E perché piango? Perché avevo la gioia di dire: in questo momento con le parole di Shakespeare io emoziono la gente. Mi sentivo lo strumento che fa da passaggio tra un grande e chi ascolta. E questa credo che sia la funzione di un uomo di spettacolo”.
 
E’ difficile conquistarsi il proprio pubblico sera per sera?
 
“Per quello che riguarda essere noto e conosciuto, a me non me ne è mai importato nulla, se qualcuno mi ferma per la strada mi sento imbarazzato, la notorietà mi interessa solo perché serve a far venire la gente a teatro”.
 
Che cosa significa per lei, recitare di fronte ad una platea?
 
“E’ come non credere nell’aldilà. Mia madre è stata una donna meravigliosa. Mi ha cresciuto in una luminosa povertà che mi ha dato la grinta di realizzare le cose che credevo.  Quando è morta, io con le mie convinzioni so che non esiste niente dopo la morte, e mi  sono chiesto: ma è finita? No, mi sono risposto, perché le cose che ho dentro di me hanno germogliato, e sono le cose che forse darò ai miei nipoti. E questo secondo me è anche il teatro: la trasmissione. Anche se non ti dà la notorietà del cinema o della televisione, l’importante è la trasmissione. Anche quando vado in un teatro dove c’è pochissima gente, penso sempre che magari c’è una sola persona per cui vale la pena di fare seriamente questo lavoro. Ma c’è”.       
 
(da Il Giornale dell'Umbria di mercoledì 4 aprile 2007)          
 
 

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