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PAPIGNO: DA FABBRICA CHIMICA A STUDI CINEMATOGRAFICI

di Federica De Santis

Cenni storici sull’Industria Elettrochimica di Papigno

Federica De Santis
 
1.      Le origini
 

L’ex Stabilimento Elettrochimico di Papigno è situato nei pressi di Terni, lungo la S.S. Valnerina al Km 4+200; a Sud è delimitato dal Monte Sant’Angelo, ad Est dalla Centrale Idroelettrica di Galleto e ad Ovest da via Carlo Neri, dove è situato l’ingresso al numero civico diciotto.
La nascita del polo industriale è dovuta alla Società Italiana pel Carburo di Calcio Acetilene ed Altri Gas, costituitasi a Roma il 2 maggio 1896 per iniziativa dell’ing. Fausto Morani e del cav. Carlo Michela, già titolari di una fabbrica per applicazioni di gas. La Società Carburo (SICCAG) già nel 1896 impiantò nel ternano una fabbrica per la produzione di carburo di calcio, un prodotto chimico impiegato per l’illuminazione ad acetilene pubblica e privata, nella frazione di Collestatte Piano. Data la forte richiesta di carburo, lo stabilimento di Collestatte risultò troppo piccolo, così nel 1901 la Carburo decise di impiantare un’altra fabbrica più a valle e la scelta cadde su Papigno. In realtà, il nascente stabilimento presentava dei grossi vantaggi, prima di tutto la presenza di due delle tre materie prime principali: l’energia elettrica, derivata dai corsi d’acqua della Nera e del Velino e del calcare, direttamente estratto dalla cava di Monte Sant’Angelo adiacente al sito.
Nei primi anni d’attività, la Carburo per evitare il continuo pagamento d’indennizzi ai confinanti causa l’inquinamento industriale, preferì acquistare i terreni agricoli e gli immobili, destinandoli all’ampliamento dello stabilimento, così alla produzione di carburo di calcio, si aggiunse nel 1907 quella della calciocianamide, un fertilizzante utilizzato in agricoltura e direttamente derivato dal carburo.
Successivamente, i forti investimenti per potenziare l’impianto non coincisero con una maggiore richiesta di carburo, al contrario, la comparsa sul mercato d’altre società concorrenti con prezzi competitivi, aggravarono la già precaria vita dello Stabilimento di Papigno.
Un tentativo di salvare la Carburo fu fatto con la vendita d’alcune aziende associate, ma senza successo nel 1922 la SICCAG fu assorbita dalla Società Terni (SAFFAT).
La nuova società che prese il nome di “Terni Società per l’Industria e l’Elettricità”, iniziò una politica di ristrutturazione del vecchio impianto della Carburo, lasciando in piedi solo i forni trifasi da 5.000 Kw e 7.000 Kw ed una batteria di otto forni da 1.000 Kw. All’inizio degli anni ’30 la superficie totale era di 89.000 mq., con una capacità produttiva di 100.000 t/anno di carburo e 85.000 t/anno di cianamide. Negli anni Quaranta, a seguito dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, iniziò a scarseggiare la terza materia prima, il carbone; con l’entrata in guerra dell’Italia la produzione fu radicalmente ridimensionata, per poi interrompersi verso il 1944 a causa dei bombardamenti degli alleati, e successivamente con le razzie tedesche dei macchinari.
L’attività fu ripresa a stento nel 1945, con la ricostruzione degli edifici distrutti e con l’aggiunta di nuovi macchine e forni per la produzione del carburo.
La crisi irreversibile delle vendite del carburo e della cianamide, cominciò negli anni Sessanta. Le cause di tale crisi andavano ricercate nella concorrenza di produttori stranieri, che vendevano la stessa qualità ad un prezzo inferiore rispetto a quello italiano; inoltre, si aggiunga la perdita del settore elettrico, con la legge sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica del 6 dicembre 1962.
Nel 1964 lo stabilimento fu ceduto alla Terni Industrie Chimiche, inserito nella FINSIDER, e nel 1967 all’ENI.
Il 1973 fu l’anno della chiusura definitiva dello Stabilimento Elettrochimico di Papigno. In loco rimase in funzione, fino alla metà degli anni Ottanta, solo il reparto per la produzione dell’ossigeno e dell’idrogeno ad uso delle acciaierie, gestito dalla Terni Siderurgica.
 
2.      La nuova stagione
 
Durante i decenni di inattività gli edifici sono stati soggetti a un forte degrado causato dal tempo e dall’abbandono dell’uomo, che ha coinciso con la volontà del Comune e dell’ICSIM (Istituto per la Cultura dIimpresa “Franco Momigliano”), di recuperare il sito e destinarlo a un centro polivalente. Così Papigno fu inserito tra i numerosi esempi d’interesse dell’Archeologia Industriale (A.I.).
Il Comune di Terni, rappresentato da Enrico Melasecche Germini portò a termine l’acquisto, dalla Terni industrie Chimiche s.p.a., il 26 settembre 1996 con il contratto Rep. n. 93414. Fu subito evidente che il recupero dell’ex industria comportava un grosso onere finanziario, pertanto si decise d’inserire il restauro se pur parziale, all’interno del Programma Comunitario “RESIDER II azione A-Misura 7 E”, pubblicato dalla Regione Umbria il 19 novembre 1996 n. 8169, poi sostituito con i P.R.U.S.S.T. (Programmi di Riqualificazione per lo sviluppo Sostenibile del Territorio), entrati in vigore nel gennaio 2000. L’interesse delle autorità, si rivolse, inizialmente, alla sola palazzina degli uffici, senza avere idea della destinazione finale dell’edificio e del resto dell’impianto.
Contemporaneamente nel marzo 1997 la Società Exon Film s.r.l. chiese al Comune, rappresentato nelle trattative, nuovamente da Enrico Melasecche, di avere in affitto lo stabilimento per girare alcune scene del film “La vita è bella “ di Roberto Benigni. L’area utilizzata per le riprese era limitata al piazzale antistante la palazzina degli uffici, il cui restauro nel frattempo era stata quasi completato, e prevedeva la collocazione delle scenografie di un campo di concentramento in cui la palazzina n’era il fulcro, essendo nel film la sede del comando nazista.
Il successo della pellicola e la possibilità di adattare i vasti spazi alle esigenze cinematografiche, spinsero la Società Exon a stipulare un nuovo contratto con le Autorità Locali, per girare l’altro film di Benigni “Pinocchio”, tratto dalla fiaba di Collodi. Il contratto di locazione Rep. n. 34770 del 20 ottobre 2000 e l’altro Rep. n. 34788, integrativo del primo, prevedeva il prolungamento della durata di locazione nell’area dell’Ex Stabilimento. Questi anni sono volti al recupero dei capannoni adibiti in origine, all’infustamento e caricamento del carburo e alla sala forno uno e due, divenuti oggi, sede dei tre teatri di posa più grandi d’Europa. Ai fondi destinati al recupero del sito, si sono aggiunti quelli della casa cinematografica, che ha realizzato negli edifici agibili: gli uffici e i camerini (nella palazzina), la falegnameria, la sartoria, il laboratorio pittura, la portineria, il bar, i locali di servizio, gli spogliatoi, la mensa e i servizi igienici, i locali tecnici, i magazzini, la riserva idrica e l’impianto antincendio.
Benché il successo delle riprese nel neo-studios, il 30 novembre 2001 l’Exon Film s.r.l., cedette i due precedenti contratti Rep.34770 e 34788 stipulati con l’Amministrazione Comunale di Terni alla Spitfire s.r.l., che a sua volta contrasse con il Comune della medesima città il contratto Rep. n. 34970 per l’uso dei locali.
L’ultima svolta che ha caratterizzato la vita dell’ex Industria Elettrochimica di Papigno è assai recente, il 31 gennaio 2005 all’interno del Comune di Terni è stato siglato un nuovo contratto tra Cinecittà e l’Amministrazione col Rep. n. 35697. L’area diventata di pertinenza di Cinecittà Studios, che avendo acquistato il 60% delle quote azionarie della Melampo (società di Benigni e Nicoletta Braschi), gestirà i teatri di posa e contribuirà al ripristino d’altri edifici degradati, per collocarvi nuovi settori cinematografici e televisivi. Tra le iniziative attuate da Cinecittà c’è la realizzazione del parco di Pinocchio il “Paese dei Balocchi”, inaugurato alla presenza delle autorità civili, militari, religiose, di Benigni e Cinecittà il 4 giugno 2005. Il piccolo parco ternano creato con le scenografie del film Pinocchio, nate dalla mente di Danilo Donati, sarà la cornice per eventi culturali e iniziative gestite da Cinecittà Studios.
 
 
 
Testo liberamente tratto da Papigno sotto i riflettori di Federica De Santis, in pubblicazione su “Indagini” n. 90, CE.ST.R.E.S., novembre 2005.

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