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Riprendiamoci il disturbo di vivere!

Intervista ad Alessandro D'Alatri

 
 
di Arnaldo Casali
 
“Raramente qualcuno ha dato tutto sé stesso per raggiungere un obiettivo e non ce l’ha fatta. E allora riprendiamoci il disturbo di vivere! Con la filosofia del “tengo famiglia” gli italiani hanno distrutto la propria creatività, ci siamo rovinati la fama che ci eravamo fatti nel coso dei secoli. Abbiamo portato nel mondo arte, tecnologia, bellezza. Pensiamo alla moda, alla Ferrari, al vino. Ancora oggi l’italiano è una delle lingue più studiate al mondo. Ma adesso non vogliamo più rischiare. Perché tutti noi abbiamo un talento di che non sfruttiamo. L’assenza di coraggio ha portato nel tempo una mummicazione dell’industria, dell’arte. Oggi si sente in Italia l’assenza dell’industria, e anche il cinema va avanti solo se “assistito”. Abbiamo manager mediocri, che si interessano solo ad una crescita dello 0,01 %. Una logica che si è ampliata, è stata trasmessa a tutti e ha prodotto anche un’omologazione. Io ho difficoltà a fare film perché non sono omologabile”.
 
No, non è omologabile, Alessandro D’Alatri. Pubblicitario impegnato, cattolico anticonformista, trasgressivamente etico, coraggiosamente popolare. Il suo cinema è quasi un ossimoro. La sua una personalità che sfugge ad ogni etichetta.
Quel che è certo è D’Alatri è tra i pochi registi italiani di qualità – e di successo – a non essere assimiliato a quella cultura di sinistra che da oltre mezzo secolo ha egemonizzato ogni settore dell’arte italiana. Eppure non è certo un uomo di destra, e a guardar bene, nemmeno un artista “cattolico”, almeno non nella maniera in cui lo si intende oggi in Italia. Perché pur professandosi cattolico - ed essendo forse  l'unico oggi in Itali a fare film con messaggi autenticamente cattolici - Alessandro D’Alatri non è certo uno di quelli che troverete in Vaticano ad ingraziarsi qualche monsignore per ottenere un incarico di prestigio nei media cattolici, né in un salotto televisivo a promuovere una fiction su qualche santo o beato, e nemmeno al meeting di Cl a parlare del suo rapporto con la fede.
 
D’altra parte, pur essendo tra i registi tra i più originali e trasgressivi, la maggior parte del tempo Alessandro D'Alatri la passa ad inventare degli spot pubblicitari di successo. Suoi sono, tanto per intenderci, quelli della Telecom con Massimo Lopez o quelli di Lavazza ambientati in paradiso, ma ne ha diretti più di 100 vincendo anche l’apposito festival di Cannes.
Al cinema, invece, ha fatto solo cinque film: Americano rosso, con Fabrizio Bentivoglio e Massimo Ghini, uscito nel 1989, Senza pelle, con cui nel 1995 lanciò il talento di Kim Rossi Stuart, I giardini dell’Eden, unico film ad aver raccontato – nel 1998 – la giovinezza di Gesù di Nazareth, Casomai, forse il più bel film sul matrimonio (senza dubbio il più originale), del 2002, e La febbre, dedicato al tema del lavoro, del 2005.
 
Nato a Roma nel 1955, ha iniziato a recitare da bambino, debuttando nel Giardino dei ciliegi di Luchino Visconti, e apparendo in Il giardino dei Finzi Contini di De Sica.
Dopo aver sdoganato Fabio Volo nei suoi due ultimi film, farà debuttare al cinema anche Paolo Bonolis, protagonista del suo prossimo film (Commediasexi, attualmente in lavorazione) insieme a Elena Santarelli, Sergio  Rubini,  Stefania  Rocca, Margherita  Buy  e Michele  Placido.  

“In Italia, purtroppo, si vive molto di invidia e di gelosia, soprattutto nel campo del cinema. Diceva Ennio Flaiano che per gli artisti italiani i critici conoscono solo tre termini: giovane promessa, solito stronzo, venerabile maestro, cui Monicelli aggiunse: incolmabile vuoto.
Muccino, per esempio, dopo il successo de L’ultimo bacio è diventato il nemico del cinema italiano. Ai David prese 10 nomination e neanche un premio. Pieraccioni dopo Il ciclone ha avuto solo detrattori”.
 
Nel cinema e nella fiction oggi vanno di moda i grandi eroi e le grandi storie: Achille, Alessandro Magno, ma anche Giovanni Falcone, Salvo D’Acquisto. Tu da questo punto di vista sei molto trasgressivo, perché racconti la quotidianità. O meglio, la rivoluzione, nella quotidianità. Ne La febbre parli di un ragazzo che vuole realizzare un sogno, ma un sogno alla portata di tutti, come quello di aprire un locale. In Casomai il matrimonio non sta alla fine ma all’inizio del film d’amore, ne I giardini dell’Eden hai raccontato la quotidianità di Gesù Cristo.
 
“Io faccio cinema partendo fondamentalmente da due cose: la prima è l’osservazione. Adoro osservare i comportamenti che mi circondano. Quando vedo delle contraddizioni forti nei comportamenti mi piace cercare di capire da dove nascono queste contraddizioni, raccontarle. D’altra parte mi piacerebbe anche fare film su grandi eventi storici; il problema è che in Italia non è proprio possibile farlo, se lo fai devi farlo con la fiction, quindi con pochi mezzi, e tutto si abbassa di livello. Allora tanto vale guardare a livelli portabili e possibili”.
 
Di che cosa è malato il cinema italiano?
 
“Il problema del nostro cinema è quello di un’assenza di industria, che non consente molto di spaziare, anche se nel mio caso c’è sempre il tentativo di allargare gli orizzonti. I miei non sono mai film di interni, con gente che parla della propria vita”.
 
Anzi, sono il contrario. I giardini dell’Eden è vero e proprio kolossal, anche se fatto con pochi mezzi, e in La febbre ci sono molti effetti speciali...
 
“Non sai quanto costa fatica riuscire a fare questo. Mettere insieme gli effetti speciali non per fare delle esplosioni o moltiplicazioni, ma per creare un linguaggio onirico. Per raccontare quello che sei impossibilitato a fare in un altro modo, questo mi diverte molto. E’ faticoso, però credo che sia anche doveroso rendere accessibile attraverso l’uso di questi linguaggi percorsi che apparentemente possono sembrare complessi”.
 
Si dice spesso che il Italia manca il cosiddetto “cinema medio”. La maggior parte dei registi o sono esasperatamente commerciali o irrimediabilmente snob...
 
“Io non ho mai amato l’intellettuale che parla difficile per non raggiungere le masse. Credo che compito di un’artista non sia quello di costruire un salotto esclusivo, ma di portare la propria sensibilità, il proprio pensiero, i propri stimoli a quante più persone possibile. Soprattutto a quelle che non hanno questi elementi. Questo è il grande problema del nostro paese, dove la classe intellettuale è sempre stata governata da un’ideologia forzata. Ma il pubblico se ne accorge: sente quando c’è puzza di ideologia. Noi siamo fortunati ad appartenere a questa epoca. La mia generazione, ma la tua generazione ancora di più, può dire fortunatamente, di aver visto il crollo delle ideologie. Viviamo in un’epoca in cui le ideologie sono morte, e io sono felice di questa cosa”. 
 
L’ideologia non rappresentano una forza morale?
 
“No, perché l’ideologia è la cosa più innaturale di questo mondo. La cosa più naturale, invece, è valutare le cose che succedono e il come affrontarle, migliorarle, al di là delle prese di posizione aprioristiche, perché l’imbecille è quello che non cambia mai idea. Tanti anni di un cinema fortemente ideologizzato hanno penalizzato il rapporto con il pubblico. Anche perché i numeri dimostrano che un cinema che tenta di dire le stesse cose usando linguaggi più semplici va incontro al pubblico. Quindi, credo che per me questo sia uno stimolo per continuare ampliare questa cosa”.
 
E’ difficile fare film in Italia?
 
“Fare un film in questo paese è difficilissimo. Paga questa difficoltà solo l’idea che il tuo lavoro lo puoi comunicare a quante più persone possibili. Per questo non mi interessa fare un film per farlo vedere ai parenti agli amici e a una ristretta cerchia di intellettuali e poi magari vincere una medaglia”.
 
La tradizione italiana del cinema di impegno civile è molto legata a tematiche politiche. Il tuo invece è un cinema di impegno “Umano”. Parli di cose che riguardano chiunque: l’amore, il lavoro, l’ideale. Con i Giardini dell’Eden hai dimostrato che ogni persona è chiamata a fare il percorso umano di Cristo.
 
“Io penso che fare un cinema come il mio significhi veramente fare un cinema politico, perché non parla di politica, ma proprio di quello di cui non si occupa più la politica, che è la vita delle persone. La vita delle persone è la politica”.
 
Pensi che la politica abbia perso del tutto il contatto con la gente?
 
“Sì, e una prova è stato il referendum sulla fecondazione assistita:  un referendum complicato, difficile, che non capisco. Capirei se fossi interrogato sulla caccia, sul nucleare. Ma non riesco a capire che io - e persone che hanno ancor meno cultura di me - debba decidere se è giusto creare la vita in un modo o nell’altro. Nel parlamento ci sono persone che si chiamano “deputati”. E’ una parola che abbiamo perso: queste sono persone che sono “deputate” a prendere decisioni importanti, soprattutto quando si parla di etica. Non sta succedendo, e questo è il grande problema di questa società. Per questo ho scelto di fare un cinema che si propone problemi etico-umani della vita di tutti i giorni. Sì, l’ovicita, va bene, le staminali sono cose importanti, ma pensiamo anche alla massaia che deve portare il bambino all’asilo e non c’è posto  o l’operaio che ha perso il lavoro, o la famiglia che si sta sgretolando perché è vittima di tanti elementi della nostra società. Questa è la politica, questi sono i problemi del paese. E invece stiamo discutendo se è giusto accendere i fari di giorno sull’autostrada, degli ovociti, del fumare o no nei locali.  Mi sembra che si sta parlando di tutto tranne che della vita delle persone”.
 
Sei entrato in argomento. Il Referendum, dunque.
 
“Noi non siamo un paese pronto alla democrazia diretta che possa usare bene lo strumento del referendum, non siamo pronti nemmeno al meccanismo elettorale, che non produce nulla. Maggioranza e opposizione si sono spaccati sul tema. Avere le più alte cariche dello stato che invitano il cittadino a non votare sono segnali inquietanti di un uso pericoloso e scellerato della parola ‘politica’, un uso che ha prodotto un profondo distacco di tutti, me compreso. Faccio mie le parole di una persona che è stata poco apprezzata e poco celebrata: Paolo VI, un papa colto, che se ne stava per i fatti suoi. Nella sua ultima enciclica  ha scritto: “E’ finita l’era dei maestri, inizia l’era dei testimoni”. Questa cosa me la sono stampata nel cuore e quando ascolto qualcuno diffido sempre se è un “maestro”. Voglio avere davanti a me un testimone, uno che quello che predica razzola. Credo che la gente abbia bisogno di questo, di testimonianza. Il mio è un cinema di testimonianza. Parlo di cose che respiro, che vivo, di fronte alle quali non potrò cambiare idea, perché sono evidenti, sotto gli occhi di tutti”.
 
Ai tempi de I giardini dell’Eden ti sei definito un ‘cattolico distratto’.
 
“Come la  maggior parte dei cattolici, credo!”
 
Dopo però hai fatto Casomai, che è forse il film più cattolico che sia stato fatto sul matrimonio. Addirittura è interamente ‘ambientato’ dentro la predica di un prete. Eppure non sei uno di quei registi che va sbandierando la sua appartenenza religiosa...
 
 “Guarda che le cose intangibili di un essere umano sono fondamentali. La spiritualità, come la poesia. La poesia da sempre per me è una cosa da cui sono attratto moltissimo, perché è muscolare, tonica, non fa sprechi di parole, dice cose precise. Purtroppo la nostra società non ascolta nemmeno i poeti, che sono sacerdoti laici, che sono quelli che parlano dell’intangibile. Viviamo in una società che non è più abituata ad interrogarsi sulle cose alte, importanti. Sai, quelle cose che pensi da solo tra te e te la sera quando vai a letto perché sennò ti pigliano per matto. E’ questo quello che  produce una società come questa. Però la domanda che si vede in giro di questa spiritualità è tangibile. Si vede, si sente. E’ forte. La gente abbraccia guru, santoni, discipline, lo sport, che ha una componente spirituale forte. Quindi credo che questo sia importante. Io lo metto al centro della mia vita. Se non c’è un tempo di riflessione rispetto all’azione viviamo solo per il presente, ed è quello che sta succedendo. E’ paradossale che in un’epoca in cui la tecnologia consentirebbe la testimonianza costante della memoria, viviamo in realtà in un oblio mostruoso già rispetto a quello che è successo una settimana fa. E questo preclude di avere un’idea del futuro. Abbiamo l’ansia del futuro, non sappiamo cosa ci aspetta domani perché siamo condannati al vivere solo il presente; il subito e l’ora crea una sclerotizzazione della società di cui le prime vittime sono i giovani. Perché non c’è una progettualità. Io sono stato cresciuto dai nonni: le foto, le filastrocche, le storie mi sono arrivate da loro e questo mi ha consentito di capire da dove venivo e quindi dove vado.
Per questo credo in un cinema che contenga elementi di spiritualità, ma accessibile, che non crei distrazione. Il problema del cattolicesimo è che ha costruito tanta distrazione”.
 
La mia impressione è che, forse perché troppo distratta, ma la Chiesa non ha compreso fino in fondo il valore dei tuoi film.
 
“Io non ho fatto questi film per la Chiesa. Comunque ho scoperto da poco che Casomai viene usato in tutte le parrocchie per la preparazione al matrimonio. E’ un segnale interessante, anche se io non faccio dei film pensando a dei gruppi, ma all’umanità delle persone,  a tutti”.
 
 

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