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INTERVISTA A BERTRAND TAVERNIER

Premio Cinema &/è lavoro 2005

 
di Arnaldo Casali

E' stato Ferzan Ozpetek a consegnare il premio alla carriera 2005 di Cinema &/è lavoro a Bertrand Tavernier, uno dei più grandi registi francesi contemporanei, autore di opere come La morte in diretta, Il quarto comandamento, Una domenica in campagna e Mississipi blues.

Tavernier (nella foto con Ozpetek e il direttore artistico del Festival Mario Sesti), che prima prima di passare dietro la macchina da presa è stato un critico cinematografico particolarmente esperto del cinema americano di ogni genere, ha debuttato nel 1974 con L’orologiaio di Saint Paul, cui hanno fatto seguito diciannove pellicole, con cui - da regista e sceneggiatore - ha saputo passare dalla rievocazione storica al noir coloniale, dalla fantascienza al film cappa e spada (Eloise la figlia di D’Artagnan), ogni volta con una particolare attenzione alla ricostruzione di ambienti di lavoro, in gran parte della borghesia e dell’artigianato.

Il suo ultimo film, La piccola Lola, è stato presentato al festival in anteprima nazionale. La storia, particolarmente attuale, è quella del desiderio di avere un figlio, che spinge una giovane coppia - Pierre e Géraldine - ad impegnarsi per adottare una bambina cambogiana scontrandosi con la  burocrazia del paese, infestata dalla corruzione e dalle ingiustizie sociali.

La lotta per l’adozione della bambina spingerà la giovane coppia in  un viaggio iniziatico ai confini del mondo: un’avventura spaventosa e straordinaria al tempo stesso: giro degli orfanotrofi, confronto con le autorità francesi e cambogiane, minaccia di traffici. Senza dimenticare la diffidenza e la gelosia ma anche l’aiuto reciproco della piccola comunità di adottatori riuniti dal caso. Attraverso questa ricerca, la coppia affronta le proprie paure, i propri egoismi, va in pezzi e si ricompone, uscendo cambiata per sempre da quest’esperienza.
 
La storia narrata da La piccola Lola è l’occasione per parlare con il regista francese del delicato tema dell’adozione internazionale, ma anche della situazione di un paese martoriato da una delle più sanguinarie dittature del secolo scorso, quella di Pol Pot e i suoi “khmer rossi”, che tra il ‘75 e il ‘79 massacrarono più di un milione e mezzo di persone: un terzo dell’intera popolazione.

“In Cambogia sono stati pubblicati 20 libri in trent’anni. E’ un popolo che ha perso completamente la sua memoria. E questo perché gli manca una generazione: i khmer rossi uccisero l’intera classe intellettuale: medici, dottori, giornalisti. Vivere in quel paese è come essere a Ground zero”.

Il film racconta le vicissitudini, anche burocratiche, che deve vivere una coppia che vuole adottare un figlio...

“Da questo punto di vista l’Italia, che si affida ad associazioni come Sant’Egidio, è in una situazione molto migliore rispetto alla Francia. Se tutte le ambasciate avessero l’aiuto di Sant’Egidio si potrebbero eliminare il 70% dei traffici di bambini. E pensi che il governo francese si è accorto di quanto fosse sbagliata la legge solo dopo l’uscita del mio film. Tanto che ora l’ha cambiata”.

Ad una coppia sterile consiglierebbe l’adozione o la fecondazione assistita?

“Non sono uno psicologo. Non potrei dare consigli. Certo è che l’adozione, come racconto nel mio film, ha tanti aspetti positivi e
tanti negativi”.

Cosa pensa del dibattito che si è scatenato in Italia intorno alla fecondazione assistita?

“Non ho nessun diritto, da francese, di giudicare la legge italiana. Posso dire che la fecondazione assitita ha aiutato molte coppie a restare unite. E che sono cattolico, ma non vorrei mai imporre il mio credo a chi non lo condivide. E poi va detto anche che la causa della sterilità è dovuta in gran parte all’inquinamento. Chi si batte contro il rimedio, dovrebbe battersi altrettanto contro la causa. Ma non mi sembra che sia così”.

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