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"VI RACCONTO CHI ERA ALDO FABRIZI"

Incontro con la nipote Cielo Pessione

 
 
di Arnaldo Casali

Un ritratto tra il pubblico e il privato di uno dei più grandi artisti italiani del Novecento. Si è aperta così la terza edizione del festival Cinema &/è lavoro. A cento anni dalla nascita, la manifestazione organizzata dall’associazione Capolavoro e diretta da Mario Sesti ha scelto di rendere omaggio ad Aldo Fabrizi con una mostra a Palazzo Mazzancolli e una conferenza-spettacolo, entrambe curate da Cielo Pessione Fabrizi, nipote del comico romano.

Una scelta densa di significato, quella di aprire il festival con Aldo Fabrizi: un uomo che prima di fare l’attore aveva fatto praticamente tutti i lavori che poi si trovò a portare in scena.
 
“Trovo riduttivo definire attore mio nonno” spiega Cielo, che da quindici anni si occupa di studiare e divulgare la memoria del comico romano. “Per me lui è stato soprattutto un grande scrittore, un autore che poi ha fatto tante cose nella vita”.

Pensa che alla sua figura sia assegnato il giusto ruolo nella storia dello spettacolo italiano?

“No, penso che sia un artista molto sottovalutato. E questo anche perché non si è mai voluto legare a nessuna parrocchia. E poi era un amante del quieto vivere, della qualità della vita, della famiglia. Credo che lui abbia dato al mondo dello spettacolo molto più di quanto ha ricevuto”.

Perché sottovalutato?

“Per esempio, per l’apporto che diede al neorealismo. Si parla sempre di Roma città aperta, ma non di altri film a cui lui partecipò, come Avanti c’è posto e Campo dei fiori. O Emigrantes, che lui stesso diresse, e che girò durante una tournée teatrale in Argentina, nella nave che lo portava in America”.

Roma città aperta, però, viene ricordato anche per la sua interpretazione...

“Sulla lavorazione di quel film occorrerà fare chiarezza un giorno, perché la storia che è stata scritta e raccontata non è corretta. Si sono dette molte falsità sul ruolo che ebbe mio nonno, e che saranno chiarite dai documenti che io ho ritrovato”.

Che carattere aveva Aldo Fabrizi?

“Era una persona molto seria, malinconica. Non scherzava spesso e non l’ho mai visto dare una pacca sulla spalla a qualcuno, entrando in un teatro. Aveva degli occhi profondissimi. Così intensi che sembrava ne avesse cinque, anziché due!”.

Quale è il ricordo più intenso che ha di suo nonno?

“I ricordi sono tanti. La cosa che mi è rimasta di più è l’odore di casa sua. Odore di carta e di sugo, perché lui aveva sempre la penna in una mano e il mestolo di legno nell’altra. Questo era Aldo Fabrizi: un autore impegnato e un amante della buona cucina”.

Che rapporto aveva Aldo Fabrizi con il lavoro?

“Mio nonno è stato sempre un lavoratore indefesso. Tutto quello che ha fatto, dal lavoro più semplice a quello più prestigioso, lo ha fatto senza risparmiarsi. Era scrupoloso, perfezionista, rigoroso. D’altra parte era una persona che si è sempre dovuta rimboccare le maniche, sin da bambino: veniva da una famiglia molto povera, è rimasto orfano a dieci anni e questo suo rapporto con il lavoro l’ha mantenuto fino alla fine, sia che facesse il fruttarolo al mercato sia che fosse il regista che presentava un film a Cannes”.

E che rapporto c’era tra il comico e il nonno?

“Come tutti i comici non era una persona né facile, né ridanciana né leggera. Era una persona ingombrante, in tutti i sensi. Aveva un carattere difficile, anche perché rifuggiva qualsiasi forma di ipocrisia e formalità, quindi chi si approcciava a lui doveva essere sincero fino in fondo”.

Aveva amici nel mondo dello spettacolo?

“Aveva pochi amici, ma veri: tra questi c’erano Totò e Ave Ninchi. Non era un attore mondano, non andava alle feste, aveva una dimensione molto casalinga”.

Il sodalizio con Totò quindi, oltre che artistico era anche umano?

“Assolutamente sì. Hanno frequentato gli stessi ambienti sin dagli anni ‘40. C’era una grande intesa sul set e fuori dal set, e un grande rispetto reciproco”.

Quale è stata la più grande soddisfazione e il più grande rimpianto per Aldo Fabrizi?

“Di delusioni ne ha avute tante, di soddifazioni forse ne avrebbe potute avere più di quelle che ha sentito sulla pelle, perché essendo una persona pessimista tendeva sempre a smorzare gli entusiasmi e a vedere il bicchiere mezzo vuoto”.

In questi giorni si è parlato delle polemiche su Roma città aperta e Il marchese del grillo. Ma da un punto di vista personale che rapporto c’era con Alberto Sordi e Roberto Rossellini?

“Di Sordi mio nonno parlava come di un grande attore. Fecero insieme diversi film e sicuramente lo ammirava molto. Di Rossellini subì il fascino, anche perché era molto affascinato dall’intelligenza delle persone; avrebbe sempre voluto stabilire rapporti alti. Mi ricordo molta amarezza, ma non era una persona che parlava dietro o che si lasciava andare a pettegolezzi, anzi, quando rimaneva deluso si chiudeva nel silenzio. Ed è lì che capivi che c’era stato qualcosa di negativo, non perché parlasse, ma proprio perché non ne parlava”.

Chi si potrebbe considerare, oggi, l’erede artistico di Fabrizi?

“E’ difficile dirlo, sono tempi così diversi. Lui attingeva ad una situazione molto piccola, che era la Roma di quegli anni. Il dialetto era diverso, la città era diversa: in città si girava a piedi e c’erano solo romani. Lui, partendo dalle proprie radici arrivò a far parlare di Roma nel mondo. Oggi c’è una commistione tale tra una realtà e l’altra che un erede si può vedere solo a livello di bravura: mi viene in mente Gigi Proietti, o Giorgio Tirabassi. Grandi attori di teatro che lavorano anche sul dialetto e sull’atteggiamento popolare per tirare fuori dei veri gioielli di comicità”.

 

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