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INTERVISTA A FABIO VOLO

di Arnaldo Casali

“Dopo Casomai ho ricevuto molte proposte di film, ma mi sono potuto permettere di rifiutarle perché non mi convincevano. Me lo sono potuto permettere perché non  sono un attore. Se io fossi veramente bravo a fare una cosa farei solo quella. Quando mi intervistano per un film io rispondo: “Ma in realtà io sono uno scrittore...”, quando presento un libro dico: “In realtà io sono un attore...”. Io mi espando in larghezza più che in profondità. D’altra parte sant’Agostino diceva: ama e fa ciò che vuoi. Me la sono segnata questa frase: io amo la vita, e faccio ciò che voglio”.

Fabio Volo, deejay, conduttore televisivo, scrittore, ex protagonista delle “Iene” passato a programmi tutti suoi come “Smetto quando voglio” e “Lo schiaccianoci”, ha pubblicato due libri e ha debuttato al cinema “Casomai” di Alessandro D’Alatri, con cui ha lavorato anche quest’anno in “La febbre”, che ha poi presentato lo scorso giugno al festival “Cinema &/è lavoro.
 
I tuoi colleghi si occupano soprattutto di politici o delle star della tv. Nei tuoi programmi invece hai sempre dimostrato una grande attenzione al lavoro: ti sei messo letteralmente nei panni del muratore e dello spazzino. Ma hai anche intervistato giornalisti, attori, imprenditori...
 
“Ho avuto la fortuna, dopo la scuola, di aver imparato a lavorare con mio padre e mia madre, quindi mi è stata passata l’importanza e il valore del lavoro. Poi, devo dire, che il passaggio dalla famiglia al mondo del lavoro è  stato piuttosto faticoso. Perché nella mia famiglia si remava tutti con lo stesso obiettivo. Invece nel mondo del ognuno cerca sempre di farsi il suo gol da solo. Però mi è rimasta l’idea dell’importanza del lavoro”.
 
Si sente che hai lavorato...
 
“Ho cominciato a lavorare a quindici anni, dopo la scuola. La scuola per me è stata davvero un incubo, un carcere, una tortura. Quando ho finito la terza media è stata una liberazione. Ma mi è stato fatto pesare il fatto di non aver studiato. Ero innamoratissimo di una ragazza, ma i genitori di lei non mi volevano perché avevo la terza media e facevo il panettiere... non immagini quanta gente, a quei tempi, si girava dall’altra parte quando passavo per strada e oggi invece, esce fuori dai bar per salutarmi...”.
 
Insomma è vero che hai fatto il panettiere.
 
“Quello doveva essere il mio futuro. La mia famiglia ha una lunga tradizione. Anche mio nonno era panettiere. Ma le cose non andavano bene. La mia famiglia aveva grossi problemi economici. Forse questa cosa mi ha spinto nella carriera nello spettacolo. Se avessi avuto una maggiore sicurezza economica forse non avrei avuto il coraggio di rischiare e sarei restato a fare quello tutta la vita”.
 
Ma tu cos’è che volevi fare?
 
“Io volevo fare il cantante, l’unica cosa che non ho fatto. Ma si sono lasciato aperte tutte le porte, non mi sono chiuso in quell’obiettivo. Spesso i sogni che realizzi non sono quelli che avevi progettato”.
 
Una tua caratteristica è quella di non prenderti troppo sul serio. Ci tieni a sottolineare che non è vero lavoro, il tuo...
 
“Mi piace essere sempre ironico, ma al di là di quello che dico scherzando devo dire che c’è sempre una grandissima serietà nel mio approccio al lavoro. Chi lavora con me sa che sono molto disciplinato. Non credo nei soldi facili, anche per questo non faccio pubblicità: non per moralismo, ma perché mi piace avere un progetto e realizzarlo, perché mi completa molto di più se dietro la mia immagine c’è  un’idea, un rischio”.
 
Certo, la televisione oggi, difficilmente trasmette la cultura del lavoro...
 
“Se oggi in Italia non c’è la cultura del lavoro è anche in gran parte a causa della televisione, di cui comunque anche io faccio parte. Chiunque va in televisione: basta essere inquadrato tre sere, senza portare un’idea o un progetto e sei una star. Certo che se tu fai un lavoro normale, lavori otto ore al giorno, poi quando guardi la tv ti senti veramente un coglione a vedere che qualsiasi persona – me compreso – possa “svoltare” così la vita”.
 
Daniele Interrante, il compare di Costantino, sostiene di essere un modello per i giovani...
 
“Sì, è vero. Costantino è un modello per i giovani, per i giovani rappresentati da questa televisione, però. Io tra radio e tv ho la possibilità di incontrare molti ragazzi. Ci sono un sacco di talenti, di entusiasmo, di valori che fanno fatica ad essere raccontati, perché la televisione racconta solo quelli come Costantino. Quelli che vogliono fare la quella roba lì”.
 
Gente che vuole essere famosa e basta.
 
“Sì, ma io questa cosa non la condanno: perché è una ricerca d’affetto, o anche soltanto una cosa utile dal punto di vista economico. Nessuno desidera lavorare otto ore al giorno. Se questa società, questo tipo di tv, offre quest’opportunità, e chiaro che c’è chi cerca di ‘svoltare’ così. Per questo ai provini del Grande fratello ci vanno milioni di persone”.
 
Ma tu cosa pensi di chi va al Grande Fratello?
 
“Uno che decide di stare 100 giorni dentro una casa, o non ha capito che cosa è la vita, oppure è l’unico modo che ha per uscire da una condizione. Quindi io non accuso quelli come Costantino, gente che ha trovato comunque una risposta, quanto piuttosto chi ha la possibilità di fare delle cose belle e invece decide di fare questo”.
 
Cioè?
 
“Il concetto è: in televisione faccio quello che posso. La mia struttura mentale, la mia cultura, la mia preparazione produce questo tipo di qualità del lavoro; che sia più o meno alta è questa qua e io mi impegno al massimo. Ma ci sono persone che conoscono  perfettamente i mezzi di comunicazione, la tv, hanno il potere, hanno la cultura, e invece di utilizzarli per alzare la qualità li utilizzano al ribasso. Maurizio Costanzo una volta aveva ospite Falcone che parlava di mafia, adesso ha ospite Costantino che fa i trenini. Qualcosa è cambiato”.
 
E che cosa è cambiato?
 
“Che adesso lui è molto più ricco e più potente, però lo è a spese di tutti. La cosa è molto più grave di quello che sembra. Non è solo spettacolo. E’ anche politica, perché è chiaro che se si continua a parlare a questo livello per forza anche la politica segue certe logiche. Io non credo che Berlusconi abbia vinto le elezioni perché ha le televisioni e va in tv a dire “Votate me”. Berlusconi vince perché ha le televisioni che producono un’idea sociale che lui rappresenta: quella del vincente a qualsiasi costo. Uno che diventa famoso al Grande fratello senza saper far niente è esattamente identico a uno che diventa ricco non necessariamente essendo onesto”.
 
Tu, invece, in tutto quello che fai hai invece hai sempre questa ricerca dell’autenticità.
 
“Sì, ma sono molto lucido. Capisco che quello che faccio non è di grandissima qualità. Anzi, mi infastidisco molto per il fatto che questo è il massimo che riesco a fare. Farei volentieri  a cambio con Costanzo dal punto di vista della conoscenza. Se io fossi uno che ha la sua cultura, la sua preparazione, il suo potere, la sua conoscenza del mezzo, io domani mattina farei un programma che per me è solo un sogno. Questo non perché voglio fare il messia, ma perché ce n’è bisogno. E mi dico: peccato che sono così. Sono il primo a soffrire della mia scarsa qualità”.
 
Hai detto che tutto quello che fai, il cinema, la radio, i libri, la televisione, lo fai mentre sei alla ricerca di qualcos’altro. Di cosa sei alla ricerca?
 
“Nel lavoro che faccio io utilizzo la creatività, e questa cosa mi determina, mi dà conoscenza di me. Attraverso il mio lavoro, come attraverso le mie relazioni con le persone, con gli amici, con la famiglia, con le donne, c’è una ricerca di sé e io utilizzo il mio lavoro in questo senso. Non ho l’interesse della carriera, non voglio diventare il presentatore più bravo del mondo. Voglio riuscire a fare delle cose che mi permettono una qualità della vita”.
 
Cosa intendi per “qualità della vita”?
 
“Per esempio, quando scrivo un libro, la qualità della mia vita è altissima. Perché mi alzo, scrivo, faccio qualcosa che mi piace, mi fermo, mi cucino qualcosa, mangio. Mi regalo una dignità di vita altissima, che vale molto di più di qualsiasi persona di potere. Come quando decido cosa mangiare, come cucinare, anziché mangiare il panino veloce... mi interessa il tempo. Quando faccio un programma, penso un’idea, cerco di capire come realizzarla. E questa cosa qui è fantastica. E’ come fare figli, certo il valore è più basso, ma avere un’idea e vederla realizzata è un trip. Come avere un pensiero di una storia e poi avere il libro in mano. Io me lo ricordo la prima volta che ho avuto in mano il mio primo libro: sono stato 20 minuti chiuso in macchina a guardare il libro, a sfogliarlo, a guardare tutte quelle parole in fila e l’idea che ce le avevo messe io”.

(Cieloeterra.info  - Il Giornale dell'Umbria - Adesso in onda)

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