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"NON PARLATE MALE DELLA FICTION"

Intervista a Massimo Ghini

 
di Arnaldo Casali

 “Non condivido l’atteggiamento di quegli attori che vanno ai convegni a parlare male della televisione e poi vivono di fiction. Spesso è proprio grazie al lavoro che ci garantisce la televisione che possiamo permetterci di fare i film più coraggiosi”.

Di televisione,  Massimo Ghini - tra i più popolari attori del cinema italiano - ne ha fatta molta, così come ha fatto tanti film coraggiosi. Ed è proprio il set di uno di questi film che ha lasciato per rendere omaggio a Gian Maria Volonté  - e della sua interpretazione in La classe operaia va in paradiso - al termine della quinta giornata del festival Cinema è/& lavoro.

Il grande Volonté - che nel 1986 interpretò Aldo Moro in un film di Giuseppe Ferrara - Ghini, lo aveva incontrato sul set di una delle sue ultime intepretazioni, Una storia semplice di Emidio Greco, dal romanzo di Sciascia.

“Sto girando con Giuseppe Ferrara un film dedicato a Guido Rossa, il sindacalista ucciso dalle Brigate Rosse sei mesi dopo Moro e che, con il suo sacrificio, segnò di fatto l’inizio della fine del terrorismo”. Un film che Ghini ha accettato di fare gratis. “Quando mi sono reso conto di rappresentare il costo maggiore  ho deciso di rinunciare al mio compenso. D’altra parte è proprio grazie ai film leggeri e alla televisione se posso permettermi di sostenere opere come questa. Per questo dico che non bisogna parlare male della televisione. Se non fosse per la fiction al cinema si farebbero solo le commedie di Natale”.

Classe 1954, figlio di un partigiano, Massimo Ghini ha unito all’attività di attore un’intensa passione politica che lo ha portato a ricoprire la carica di segretario generale del Sindacato attori italiani della Cgil e quella di consigliere comunale a Roma.
Ha interpretato film come Italia-Germania 4-3, Compagni di scuola di Carlo Verdone, La tregua di Francesco Rosi (dal libro di Primo Levi), Va dove ti porta il cuore (dal best-seller della Tamaro) e Cuore cattivo. E’ stato sposato con Nancy Brilli e legato da una forte amiciza a Fabrizio Bentivoglio e Armando De Razza (di cui è stato coinquilino) e Alessandro D’Alatri, che lo ha diretto in Americano Rosso, Senza pelle e I giardini dell’Eden

Ha dato il suo volto e il suo carisma a personaggi della storia contemporanea come Roberto Rossellini in Celluloide di Carlo Lizzani (storia della lavorazione di Roma città aperta), Giovanni XXIII nella fiction di Giorgio Capitani e Antonio Meucci in quella dedicata all’inventore del telefono.

Tu sei uno di quegli attori che fanno venire voglia di fare questo mestiere, perché hai davvero interpretato alcuni dei film più belli e importanti degli ultimi vent’anni.

“Se è per questo ho fatto anche dei film brutti, e non me ne vergogno. Anche questo fa parte del nostro lavoro, così come gli insuccessi, che sono importanti perché ti aiutano a capire meglio anche il successo”.

E poi sei uno di quegli attori che fa dimenticare di essere un attore. Quando ho visto i tuoi primi film, da ragazzino, non ti riconoscevo mai.

“Questo è successo anche ai miei figli. Qualche giorno fa hanno visto Compagni di scuola e dicevano “ma papà, questo non sei tu”. Forse perché sono un attore molto istintivo, non ho fatto nessuna scuola, all'Accademia d'arte drammatica mi hanno bocciato, e questo mi ha portato ad avere accresciuta la violenza passionale del rapporto con questo mestiere, perciò sono uno che si butta dentro le cose”.

Chi sono stati i tuoi maestri?

“Come attore Vittorio Gassman, come regista Strehler, e anche Franco Zeffirelli. E’ stato proprio grazie a Franco, se ho iniziato a fare cinema: ero il protagonista di uno spettacolo teatrale diretto da lui;  Florestano Vancini mi ha visto e mi ha chiamato”.

Ti piace rivedere i tuoi film?

“No, in genere no, perché non ho questo culto della personalità, non ho nemmeno foto a casa. Io mi appassiono alla storia, al personaggio, e a quel punto avviene in me una sorta di transfert, che in qualche caso può essere anche inconscio. Mi lascio trasportare, prendere per mano dal personaggio”.

Eppure sei l’attore meno premiato.

“Sì, l’ufficialità non ha mai riconosciuto il mio lavoro, forse proprio perché ho un approccio alla recitazione da manovale. D’altra parte già all’Accademia d’arte drammatica mi avevano bocciato”.

Hai prestato il tuo volto anche a molti personaggi storici, in qualche caso contemporanei, come Roberto Rossellini e Giovanni XXIII.

“Quando sono stato chiamato a fare papa Giovanni, non avevo mai fatto un prete, forse perché fisicamente non ho il “fisico del ruolo”. Invece Giorgio Capitani - che sta girando proprio in questi giorni a Terni una fiction dedicata ad un altro papa, Giovanni Paolo I - mi ha scelto, ed è stato un momento importantissimo per la mia carriera”.

Che percorso hai fatto per avvicinarti ad un personaggio che fa parte dell’immaginario collettivo?

“Al di là dello studio dei libri e della documentazione, il momento più importante è stato il giorno in cui ho indossato i suoi panni. Mi ricordo la prima scena che giravo, con indosso il vestito da vescovo, e mi sono guardato allo specchio nella roulotte.  Sono rimasto da solo per un quarto d’ora a guardarmi e a dirmi: io adesso aprirò quella porta e sono il vescovo Angelo Roncalli. E’ stata una grande emozione, e forse è stata proprio quell’emozione, più di tutto il resto, a trascinarmi dentro il personaggio”.

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