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IL MESTIERE DELL'ATTRICE

Steve Della Casa intervista Anita Caprioli

Nata a Vercelli l’11 dicembre 1973, Anita Caprioli studia  da bambina danza classica e nel 1991, a Milano, partecipa ad un laboratorio di drammatizzazione teatrale secondo le tecniche di Grotowsky. Successivamente, si trasferisce a Roma e inizia a frequentare la scuola di recitazione di Beatrice Bracco. Nel 1995 va a Londra, dove con il regista teatrale Andrea Brooks lavora nella Locandiera di Goldoni. Esordisce al cinema nel 1997 con Tutti giù per terra di Davide Ferrario. Tra i suoi lavori si ricordano Fuochi d’artificio di Leonardo Pieraccioni (1998), Denti di Gabriele Salvatores (1999), Vajont di Renzo Martinelli (2001), Santa Maradona di Marco Ponti (2001), Ma che colpa abbiamo noi di Carlo Verdone (2003), Cielo e terra di Luca Mazzieri (2005), Manuale d’amore (2005) di Giovanni Veronesi e La guerra di Mario di Antonio Capuano.
Terni l’ha in qualche modo tenuta a battesimo, visto che tra le sue prime interpretazioni c’è I tre adii di Mario Caiano, girato a Terni nel 1999. Qui è tornata in occasione della quarta edizione del festival Cinema è/& lavoro, dove è stata protagonista – insieme a Pierfrancesco Favino – della serata dedicata al “Mestiere dell’attore”, intervistata dal direttore artistico del festival Steve Della Casa, presidente della Film commission del Piemonte, conduttore di La 25° ora su La7  e a sua volta attore nel prossimo film di Mario Monicelli.

Come scegli un film da interpretare?
 
“La sceneggiatura l’ho sempre letta da spettatrice; poi crescendo si accumulano esperienze e si comincia a leggere la sceneggiatura con un punto di vista che è anche professionale. Ogni volta arrivi con un bagaglio nuovo. E  poi c’è la parte emotiva. Al di là della storia, c’è una partecipazione emotiva, devi innamorarti del personaggio. E poi, per me, è molto importante anche l’incontro personale con il regista, perché l’incontro professionale è sempre legato anche all’incontro umano”.

Il cinema italiano può essere esportato all’estero?
 
“Fino a qualche anno fa, no. Erano film che non avevano spinta. Oggi c’è una maggiore apertura, da parte dei registi italiani, al cinema europeo, e quindi anche i nostri film possono interessare al di fuori del nostro paese. Ci possiamo permettere uno scambio. La struttura del racconto di molti film italiani io la ritrovo in film americani e inglesi”.
 
C’è un film a cui sei legata e che non ha avuto il successo che meritava?
 
Sacco e Vanzetti, e anche Denti di Salvatores, un film sperimentale, con una storia molto particolare, molto originale, che non è stato capito”.

Quando ti sei accorta di essere diventata una diva?

“E’ successo un episodio molto buffo, anche se ha avuto spiacevoli conseguenze legali, dopo l’uscita di Manuale d’amore. Alla fine del film io dò il mio numero di telefono a Carlo Verdone. A distanza di quindici giorni dall’uscita del film una signora che vive in Sardegna ha fatto un casino perché era tormentata da gente che chiamava quel numero cercando me! Giovanni Veronesi si era inventato un numero telefonico, senza verificare se esistesse veramente!”

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