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DOVE HO GIA' VISTO QUESTA FACCIA?

Intervista a Pierfrancesco Favino


di Arnaldo Casali
 
“Prima di Bartali e Romanzo Criminale la gente mi fermava per strada e mi diceva: “Tu sei quello che ha fatto questo, questo e quest’altro film. Ma come ti chiami?”. Adesso mi ferma e mi dice: “Tu sei Pierfrancesco Favino, e hai fatto questo, questo, e quest’altro film!”.

Classe 1971, diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica, allievo di Luca Ronconi, fondatore dell’Actor’s Center di Roma, Pierfrancesco Favino  - per gli amici Picchio - è una faccia familiare al pubblico italiano da almeno quindici anni. Da quando cioè, debuttò in televisione nella prima serie di Amico Mio a fianco di Massimo Dapporto, nel 1993. Da allora ha interpretato, sempre in ruoli di comprimario, quasi trenta film tra cinema e tv, tra cui anche alcuni grandi successi, come Ferrari e Padre Pio (a fianco di Sergio Castellitto) – L’ultimo bacio (con Accorsi e il  poker d’assi Santamaria-Impacciatore-Mezzogiorno-Pasotti) e Le chiavi di casa.
A trasformarlo da una faccia in un nome, però, sono stati il David di Donatello vinto quest’anno con Romanzo criminale e, soprattutto, la fiction televisiva su Gino Bartali, che lo ha visto protagonista assoluto.

A Terni ha girato, nell’inverno 2006, il nuovo – segretissimo – film di Giuseppe Tornatore, La sconosciuta. E’ tornato in città a maggio, per raccontare, insieme ad Anita Caprioli, “il mestiere dell’attore” alla platea del festival Cinema è/& lavoro.
 
Pierfrancesco Favino, tu hai proprio una faccia familiare...
 
“Ma sì, questa faccia la conosco, mi sa che questo qui abita vicino a casa mia... aspetta, ma chi è?”
 
Io ricordo di averti identificato definitivamente con Dazeroadieci di Ligabue...

“E’ anche vero che è stato il primo film con una grossa distribuzione che mi ha dato un ruolo importante, e forse non è un caso che me l’abbia dato un cantante. In realtà, però, non è una cosa di cui io ho mai sentito frustrazione. Sono convinto di avere una carriera lenta, e sono convinto che un attore non riesce a dare veramente uno stampo alle cose che fa prima di una certa età. Non ho quest’ansia di sentirmi dire: “tu ti chiami così, fammi l’autografo”. Non è una cosa a cui tengo; preferisco che qualcuno mi fermi e mi dica “non so come ti chiami ma, fai bene il tuo lavoro”. Decisamente, lo preferisco, perché poi alla fine quello faccio. Se poi sai come mi chiamo preferisco che tu lo sappia perché hai apprezzato il mio lavoro piuttosto che lo sappia indipendentemente da quello che ho fatto”.
 
Oggi però  oltre ad essere una faccia sei anche un nome da scrivere sul foglietto che ti porge un ammiratore. Ma tu ce l’hai un attore a cui hai sempre guardato come un mito e che magari sei riuscito ad incontrare?
 
“Sono stato un intero pomeriggio a Venezia di fronte al tavolo di Mastroianni, senza avere mai il coraggio di avvicinarlo. Poi lui andò via e io non ebbi più l’occasione di incontrarlo, e quello è  un grosso cruccio. Ma ce ne sono altri: al Tribeca ho avuto l’onore di stringere la mano a De Niro; è stata una cosa di una grande fugacità e timidezza reciproca, però mi ha fatto molto piacere. Ci sono quegli attori che non sono più neanche attori, sono icone. Quando li incontri quasi ti delude che siano umani! Ce ne sono tanti, anche tra gli italiani, di attori a cui guardo come esempi anche viventi. Castellitto, ad esempio, per me rappresenta un modello, e ho avuto la fortuna di lavorare ed essere in contatto con lui”.
 
Poi lui ha fatto Coppi e tu Bartali. Negli ultimi anni Castellitto ha interpreso anche la carriera di regista. Tutto sommato è una tendenza abbastanza recente. Qualche anno fa erano solo i comici a fare i registi. Tra gli attori drammatici facevano eccezione, a parte Vittorio De Sica, Ricky Tognazzi e Michele Placido. Oggi anche Libero De Rienzo e Kim Rossi Stuart sono passati dietro la macchina da  presa. Tu ce l’hai quest’ambizione?
 
“Non metto veti, però se dovessi scoprire di avere proprio la necessità di raccontare una storia attraverso un ruolo diverso lo farei; comunque è un talento assolutamente differente. Saper raccontare una storia – te ne rendi conto particolarmente quando lavori con grandi registi – è un mestiere completamente diverso dal recitare. Certo, fino a quando non ti ci metti è difficile che tu lo capisca. Però la necessità è una cosa che puoi sentire indipendentemente dall’esperienza. Certo, se mai dovessi sentire  questa necessità di certo so che tenterei per quanto possibile di farmi una preparazione; per il momento, però, non ci penso”.
 
Ti interessa più il personaggio che la storia?
 
“Il problema è che non so scrivere. So leggere una sceneggiatura e dire quello che penso, ma scrivere non lo so fare. Visto che oggi è in voga questo discorso che chi dirige scrive anche, mi creerebbe difficoltà di propormi dicendo a qualcuno: scrivi tu una storia e io la dirigo. Però non metto limiti alla provvidenza”.
 
Michele Placido per esempio, non fa film d’autore, cerca invece delle belle storie da raccontare. A te capita di leggere un libro, o conoscere una storia e dire: mi piacerebbe farci un film?
 
“Mi capita di riconoscere uno stampo cinematografico, ammetto però che il mio sguardo è al personaggio, il mio punto di vista è quello dell’attore: dico mi piacerebbe fare questo personaggio piuttosto che ‘mi piacerebbe raccontare questa storia’. Però se dovesse succedere credo che ascolterei il tempo di questa cosa, non lo farei per un’acquisizione di potere, ecco quello no”.
 
Dici di sentirti più drammatico che brillante, eppure hai delle doti comiche straordinarie, fai anche le imitazioni.
 
“Io nasco con il desiderio, da bambino, di fare il comico, di fare ridere. Ho sempre avuto una passione assoluta per Totò. Totò, però, è una maschera. In Italia la commedia brillante è rara. Manuale d’amore è uno dei pochi casi. Ci sono film brillanti che ho fatto con sceneggiature belle e realizzazioni meno riuscite, anche da parte mia. D’altra parte ho sempre avuto paura che iniziare una carriera come comico mi avrebbe impedito una strada come attore drammatico. Eppure Bartali, per esempio, aveva toni anche di commedia”.
 
Interpretare – come hai fatto in Romanzo Criminale e Bartali – personaggi reali e contemporanei, richiede un approccio diverso rispetto ad un personaggio di fantasia? In questi casi ti basi sul copione e metti del tuo al personaggio, o cerchi di entrare nella sua vita reale, di riprodurlo sullo schermo?
 
“Entrare nel personaggio è un termine abusato che ha una relativa verità. E’ molto difficile che si entri nel personaggio, a parte il fatto che questo termine mi fa pensare ad una sorta di violazione fisica!  A volte hai la fortuna di essere ospitato all’interno di una storia nei panni di uno dei protagonisti, ma non c’è differenza in realtà. Io parto da quello che è scritto. Quando il personaggio è reale c'è tanto materiale che hai lì, quindi hai delle informazioni in più che ti vengono date, poi è il modo in cui le elabori fa la differenza”.
 
Come scegli un film?
 
“Tento di leggere una sceneggiatura come fosse un libro, togliendomi dal ruolo di attore, evitando – quindi – di fare attenzione solo al personaggio che mi viene proposto. Se ti senti “partecipare” scegli, al di là che sia un piccolo ruolo o un grande ruolo. Cerco di fare le cose che mi piacerebbe vedere. Poi, inutile negarlo, c’è anche un discorso commerciale. Un attore è un’azienda, e il rischio è quello di ristagnare. Fai una volta bene il militare, ti fanno fare sempre il militare. Fai una volta bene il criminale, ti fanno fare sempre il criminale. D’altra parte è vero anche che ci scelgono per quello che offriamo. Se offri solo salame, ti comprano solo salame, se offri cioccolata, vendi cioccolata. Io, personalmente, cerco di offrire salame e cioccolata”. 
 
C’è rivalità con gli altri attori?
 
“Una volta c’era, oggi no, probabilmente perché c’è la consapevolezza che più di tanto non dipende da noi. Siamo tutti sulla stessa barca, e in realtà il successo dipende da quanto funzioni e questo, in buona parte, è casuale. Claudio Santamaria adesso sta facendo un film in America per il quale io avevo fatto il provino. Non mi fa paura il fatto che qualcuno mi rubi il posto”.
 
In America, comunque, hai lavorato anche tu, girando un film con Ben Stiller e Robin Williams.
 
“Una parte piccolissima, quasi da comparsa. No, io con Hollywood ho un rapporto da spettatore e sono contento di appartenere alla cultura europea. Quella hollywoodiana è una macchina troppo rande, anche se girare là è stata una bellissima esperienza”

Che differenza c’è tra un set americano e uno italiano?

“A Hollywood tutto è organizzato alla precisione per evitare anche il più piccolo incidente; ci sono set dove se sposti un oggetto all’attrezzista gli costi anni di analisi! Sono ambienti asettici, mentre un set italiano è molto più caotico. Ovviamente io sto parlando dell’esperienza che ho vissuto io, che è quella di una megaproduzione, un film che sarà la prossima commedia di Natale, non del cinema indipendente”.
 
C’è un film a cui tieni molto e che non ha avuto il riscontro che avrebbe meritato?
 
“Sicuramente Correre conto di Antonio Tibaldi. E anche El Alamein di Enzo Monteleone non ha avuto il successo dovuto, forse perché gli è stato subito affibiato il bollino politico”
 
Un regista con cui vorresti lavorare?
 
“Ce ne sono tanti. Probabilmente lavorerò con Ferzan Ozpetek ed è una cosa che mi fa molto felice; mi piacerebbe tornare a lavorare con Gianni Amelio, e  poi con i maestri come Scola, o con giovani come Sorrentino, Mazzacurati. Ce ne sono tanti in realtà. Anche con qualche donna mi piacerebbe lavorare, perché questo strapotere maschile mi fa pensare. Io credo molto alle donne. Ma sono talmente tanti quelli con cui vorrei lavorare che sarebbe riduttivo dire questo sì quello  no, anche perché l’incontro che non ti aspetti con la persona che non consoci, ti porta poi più gioia di quanto avresti pensato”.

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