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INTERVISTA A SILVIO MUCCINO

di Arnaldo Casali


Gli piace Jovanotti e detesta il calcio, indossa “Livestrong” (il braccialetto ‘impegnato’ che va di moda tra i vip) e non manda mai via un’ammiratrice senza averle concesso foto e autografo. Ama il cinema, ha un po’ di soggezione per i critici, gli piace ballare in discoteca e mandare sms, fa amicizia facilmente e decisamente “non se la tira”. Silvio Muccino, astro emergente del cinema italiano, promessa adolescenziale mantenuta nella giovinezza, è un ragazzo semplice, estroverso ma umile. In una parola, consapevole. E’ stato l’ospite d’onore della seconda serata di Cinema è/& lavoro 2005, dove è arrivato accompagnato da un amico, orgoglioso di essersi liberato – dopo lunghi esercizi di dizione – di quella ‘zeppa’ che gli è costata tante parodie e imitazioni.
 
Hai cominciato prima a fare il cinema o l’attore?
 
“Ho cominciato prima a fare il cinema. L’attore, è una conoscenza, una consapevolezza, un mestiere che ho appreso facendolo, il cinema invece ho cominciato a farlo come un gioco, ammirando la possibilità di raccontare delle storie. L’ho scoperto e l’ho ammirato, poi  - piano piano – lavorando ho conosciuto il vero mestiere, che sto ancora scoprendo: il mestiere dell’attore”.
 
E’ stato tuo fratello a convincerti a fare cinema?
 
“Mio fratello mi ha dato la possibilità di farlo con Come te nessuno mai facendomi scoprire la bellezza del cinema e con Ricordati di me dandomi la possibilità di affrancarmi; poi ho capito che l’amore che nutrivo per questo lavoro, per la possibilità che mi dà di raccontare me stesso, è diventato un processo naturale in cui ho deciso di lanciarmi senza protezione”.
 
Come te nessuo mai è stato un caso unico nel panorama del cinema italiano. Come è nato questo progetto?
 
“Gabriele rivedeva in me quello che era stato, l’incanto dell’adolescenza che lui aveva vissuto; ha cercato di ricreare quel mondo, quella meraviglia, utilizzando il fratello sedicenne che la stava veramente vivendo”.
 
Quindi non hai deciso subito di fare l’attore…
 
“No, ero molto inconsapevole. Mentre quando ho fatto Ricordati di me avevo diciotto anni, e poi c’era stato L’ultimo bacio. Insomma sapevo che avevamo una responsabilità sulle spalle nettamente superiore. Non era più un gioco, è stato un lavoro. Il successo di quel film mi ha fatto capire che era sbocciato un amore e dovevo incamminarmi su una strada solitaria”.
 
Ti ha cambiato la vita Come te nessuno mai?
 
“No, la scuola è continuata come prima. Ero diventato più riconoscibile, ma non abbastanza, e comunque non avevo ancora credibilità. Ricordati di me, invece, è stato un botto e poi, più avanti, Manuale d’amore ancora di più”.
 
Manuale d’amore segna un po’ anche il tuo passaggio all’età adulta.
 
“Sì, è un film che segna un netto passaggio all’età adulta e un cambio di registro, perché da una recitazione molto istintiva, grezza, con cui sentivo il bisogno di parlare esclusivamente di me, ho cominciato a sentire il bisogno di fare questo lavoro a tutto tondo: cioè di fare l’attore: recitare, interpretare e slegarmi da un percorso autobiografico”.
 
Tu sei diventato famoso prima di diventare attore. Come vivi questa nuova nascita?
 
“E’ una scommessa affascinante, stimolante. Questo lavoro non è mai noioso: ogni film è una scommessa. Nel mio caso c’è un nuovo inizio,  sento di dover dimostrare ancora tutto. Ogni film lo vivo come se dovesse essere l’ultimo”.
 
Pensi di passare anche alla regia?
 
“Ho fatto delle cose da regista, ma si tratta di videoclip, per cantanti. E basta. Più che altro a me piace scrivere e interpretare. Mi piace questa formula quasi unica, di essere sceneggiatore e interprete. Mi piace condividere le cose con un altro regista, che può portare il suo modo di vedere le cose. E poi è una palestra”.
 
Che differenza hai trovato tra il lavoro con tuo fratello e Giovanni Veronesi?
 
“Sono due modi molto diversi di intendere il cinema. Gabriele è un regista che conosce la commedia ma tende al drammatico, punta a un cinema internazionale, ampio, grande, ambizioso. Giovanni invece è un regista di pura commedia che affronta questo mestiere con un’altra ottica, anche nel modo di dirigere è molto differente. Per me è fondamentale perché Giovanni mi sta portando su un territorio che non è mio.E’ importante per me perché quando tornerò da Gabriele, avendo lavorato con Verdone e altri registi, sarà importante aver immagazzinato esperienze diverse”.
 
Tu sei ancora considerato una meteora. Se fra qualche anno il successo dovesse calare cosa farai? Ti ritroveremo in  qualche reality show?
 
“A questa cosa ci penso spesso. Il successo è un fuoco che ti scotta ma poi la fiamma si spegne. Però è anche vero che la televisione è assolutamente lontana da quello che potrebbe realizzarmi. Non è il successo in sé che mi interessa, ma il modo in cui lo raggiungo.  Non mi interessa essere popolare punto e basta. Mi interessa fare questo lavoro. Per me il vero pregio di essere famosi è il fatto che hai la possibilità di continuare a giocare. Se questa cosa mi venisse tolta cercherei di risalire la china, e per questo mi sto preparando diverse possibilità. Certo che arriverà un ragazzo più giovane di me, che diventerà più famoso di me… non so che cosa succederà della mia carriera, però so che sto affrontando il cinema in maniera abbastanza ampia: mi piace scrivere e coltivo questa cosa qua, quindi ci punterò. Insomma allargo le mie possibilità, sto imparando a recitare, a scrivere, a dirigere. Così mi apro alcune porte in modo che nella vita non dovrò essere mai costretto a fare cose che non mi piacciono per dover campare. Anche se non dovessi recitare perché non fossi più richiesto, cercherei di puntare sulla sceneggiatura e magari un giorno affrontare la regia, se mi è concesso. Poi dipende, non si possono fare piani da questo punto di vista”.
 
Cosa ti piace nel cinema?
 
“Ce ne sono tante di cose nel cinema che amo. Nel cinema italiano sta nascendo una bella pluralità. Giovanni sa fare molto la commedia e mi torvo molto bene, con Carlo Verdone sto lavorando adesso e mi trovo molto bene. Ma ci sono anche altri registi che mi piacciono molto, come Placido, Giordana, Sorrentino, Virzì che hanno una capacità di raccontare storie e di farlo benissimo. In Italia c’è un grande panorama che si allarga a macchia d’olio. Anche Garrone è un regista che stimo moltissimo”.
 
Che miti hai nel cinema?
 
“E’ scontato quasi nominarli. Sono cresciuto con pane e cinema americano, quelli che vengono da là sono grandi film e li adoro tutti. Amo il Cinema con la c maiuscola, a cominciare dallo stesso Spielberg. Il cinema è bello perché offre la possibilità di fruire di tanti modi diversi di interpretare la vita. Amo il cinema in generale”.
 
E’ un lavoro e tanti lavori…
 
“Sì, perché entri ogni volta in una vita diversa”.
 
Che rapporto c’è tra la celebrità e il giovane ventitreenne.
 
“Non vivo molto la mondanità, la società. E’ chiaro che la popolarità è una cosa meravigliosa perché è fondamentalmente è la raccolta di consensi che appaga l’attore. Se è vero che i soldi servono per mangiare gli applausi sono i soldi del cuore, il plauso del pubblico alimenta lo spirito. Poi sono sempre consapevole del fatto che è una cosa che viene e va via, la parola ‘meteora’ mi terrorizza, mi fa rabbrividire. Per questo porto un rispetto infinito verso questo lavoro: è un attimo sbagliare, è un attimo passare. So già che necessariamente passerò momenti brutti e momenti belli. Ho messo in conto che è una escalation, l’importante è avere sempre la lucidità per capire quando fermarsi, quando ricominciare, quando aspettare. Pretendere di avere una carriera solo in discesa è assurdo”.

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