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Eleonora Giorgi: “Quando ho lasciato tutto e ho fatto la contadina per ritrovare me stessa”

Intervista di Arnaldo Casali


 

“Quando ho deciso di mettermi a praticare l’agricoltura biologica ho passato tre anni senza truccarmi, senza andare a Roma, senza nemmeno guardarmi allo specchio”.

Diva del cinema, contadina, regista e produttrice. E’ una storia fatta di svolte radicali, la vita di Eleonora Giorgi. Tra le più belle e popolari attrici della commedia italiana degli anni ‘80, al culmine della carriera decise di lasciare tutto per vivere in campagna e ristrutturare casali. Passato qualche anno tornò nelle vesti inedite di sceneggiatrice e regista. Giovedì è arrivata al festival Cinema è/& lavoro come produttrice del film Agente matrimoniale di Christian Bisceglia, accompagnata da Massimo Ciavarro, un tempo marito e compagno di quella importante svolta, oggi amico e socio d’affari.

Perché, quasi vent’anni fa, lasciò tutto e si rifugiò in campagna?

“Io nella vita non ero destinata a fare l’attrice. Mi è successo per caso, e quello con il mondo dello spettacolo è stato un impatto fatale e straordinario, che però a lungo andare mi ha destabilizzato. Mentre il successo aumentava io mi rendevo conto che per cogliere quelle grandissime opportunità che mi erano offerte avevo finito per tradire me stessa. Un giorno andai a trovare degli amici in campagna e passammo per un bosco; era inverno e il mio commento fu: “Bellissimo, peccato che è così malato. Sugli alberi non ci sono foglie”. In quel momento mi sono resa conto che avevo talmente perso il contatto con la realtà che mi mancavano conoscenze che hanno anche i bambini”.

Dopo qualche anno, però, ha deciso di tornare.

“Quella scelta così radicale è il più grande regalo che mi sono fatta, ma poi dopo qualche anno ho iniziato a sentire la mancanza della creatività, del lavoro di gruppo. Quest’anno festeggio 35 anni dal mio primo film, e sono sbalordita dall’affetto e dalla stima del pubblico, che rappresentano un premio bellissimo. Le persone hanno amato i miei film e i miei personaggi, mi dicono che porto gioia, che sono solare, quindi questo cambiamento era servito per recuperare me stessa, e quando sono tornata l’ho fatto pienamente convinta”.

 
La solarità è sempre stata la sua più grande caratteristica.

“Perché è quello che mostro di me. Io penso che noi abbiamo il dovere di vedere il bicchiere mezzo pieno, quello mezzo vuoto lo tengo per me, anche se non ne sono esente affatto”.

Poi ci sono state altre svolte.

“Negli anni dela campagna avevo ripreso un’abitudine adolescenziale, che era la scrittura. Avrei voluto scrivere una saga che attraversasse le generazioni. Io ho una famiglia straniera ma sono in Italia perché avevo due nonne straniere: una inglese che aveva, pensa, la patente nel 1930, e un’altra di Budapest che nel 1935 aveva addirittura divorziato per sposare un italiano. Due nonne che  scelgono l’Italia per amore. Poi con la storia sono arrivata agli ani Sessanta, che mi riguardavano, e di colpo mi sono resa conto che io stavo scrivendo un film. Così è nata la sceneggiatura e ho chiesto al più grande complice della mia vita - anche se eravamo separati - di produrre con me quel film perché non volevo perdere dei finanziamenti che avevo trovato. Abbiamo messo insieme un gruppo, e  volta uscito il film è venuta la voglia di continuare questa esperienza. Io ho la fortuna di spaziare in diverse espressività: quella più vistosa  che è quella dell’attrice, quella polifonica che è quella di regista, ma poi forse la più creativa è quella del produttore, perché, il produttore che fiuta il progetto e lo fa realizzare fare, che lo demanda agli altri ma poi ne tira le fila. Così abbiamo lavorato su un progetto di Andrea De Carlo, che però è andato in America e non se ne è fatto niente. Poi ai Nastri d’argento ho incontrato Christian Bisceglia e ho capito che era la persona su cui puntare. Perché al di là del mio esordio, che era una commedia con un tono intimista, io credo di appartenere a quella solarità che dicevamo e sposo il talento della commedia all’italiana, mi ricnosco come una delle sue interpreti e credo che ci renda riconoscibile all'estero. Perché con la commedia, noi italiani, diciamo cose serie ridendo. Pensa a quante cose stanno dentro un film come Borotalco? Cercavo, insomma, una commedia, quando ho visto il corto Christian in mezzo a un diluvio di cose pesanti. Il suo film parlava di un romano che vuole farsi assumere come killer dalla mafia perché in Sicilia, così, si trova lavoro”.

Ha citato De Carlo, che le ha dedicato uno dei suoi romanzi più belli.

“Abbiamo avuto una storia di molti anni con Andrea  e siamo ancora molto amici”

Quando ho letto Due di due mi è sembrato che raccontasse la vostra storia.

“E’ vero, pensa che quando sono andata a vivere in campagna con Massimo ho trovato questo libro che mi aveva regalato Ronchey. Non avevo letto niente di Andrea, prima. A un certo punto avevo cominciato a sottolinearlo, mi sembrava di impazzire. Ma è la mia storia? Mi dicevo. Mi aveva talmente innervosito che volevo smettere. Il destino ha voluto che dieci anni dopo noi ci incontrassimo e lui scrivesse Di noi tre in cui pesca molto anche dalla mia vita”.

Quale è il film più importante che ha visto nel 2006?

La stella che non c’è di Gianni Amelio è un film importante e cruciale per la nostra civiltà. E’ la storia che mette il dito in una piaga he nessuno vuole vedere, un film che parla non solo del lavoro, ma del trasferimento del lavoro. E c’è un immagine che è sublime: il capannone dove c’è l’enorme altoforno, in cui c’è rimasto solo un buco sul tetto, perché l’altoforno non c'è più. E l’operaio che era stato alienato da quella macchina, di quella stessa macchina si trova ora derubato”.
 
 
(dal Giornale dell'Umbria del 21 aprile 2007)

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