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"Cover Boy": il capolavoro che non riesce a uscire nelle sale

Intervista al regista Carmine Amoroso

E’ uno di quei film per i quali bisogna ringraziare i festival. Cover boy - l’ultima rivoluzione di Carmine Amoroso, presentato al festival Cinema è/& lavoro venerdì 19 aprile dallo stesso regista e dal protagonista Luca Lionello, è stato - insieme a Man in the chair di Schroeder - uno di quei piccoli capolavori offerti dal festival  al pubblico ternano che non sappiamo quando potremo vedere in sala. Se Man in the chair uscirà negli Stati Uniti in autunno e non ha ancora una distribuzione italiana, infatti, Cover boy pur avendone una (l’Istituto Luce) fatica a trovare il suo spazio e non ha ancora una data di uscita.

Eppure è un film a cui non manca davvero niente: una storia intensa e delicata (il rapporto di amicizia e di omosessualità  - ma solo latente - tra rumeno e un disoccupato romano), un richiamo brutale a tematiche di scottante attualità come quelle del precariato e dell’immigrazione, frecciate satiriche al  mondo della moda e della pubblicità, un cast sfavillante che vede impegnati anche Chiara Caselli e una straordinaria Luciana Littizzetto, una sceneggiatura di ferro, una regia dinamica, e un finale a sorpresa con tre colpi di scena in cinque minuti.

“E’ un progetto che ha ormai dieci anni di vita - spiega l’autore - la prima sceneggiatura l’ho scritta nel 1997, ispirandomi ad una vicenda autobiografica, e ha avuto molte stratificazioni”.

Perché il film non è ancora uscito in sala?

“Essendo un po’ fuori dalle spartizioni tra Rai e Mediaset ha difficoltà a trovare uno spazio distributivo. Mi dispiace perché per me è come un bambino che non riesce a camminare, e anche perché il pubblico che lo vede nei vari festival in giro per il mondo risponde positivamente”.

In una sequenza viene accostata piazza San Pietro e una sfilata di moda. Perché?

“Perché è un film che parla anche di comunicazione. E indubbiamente tanto il papa quanto gli stilisti sono abili comunicatori”.

E’ stato difficile girare in piazza San Pietro?

“Difficile e rischioso, perché ci si trova in uno stato estero e girare un film è vietato. Ma noi eravamo solo in tre, con una camera digitale: io, l’attore e il direttore della fotografia, e quando ci hanno fermato abbiamo detto che eravamo dei semplici turisti”.

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