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Intervista a Giorgio Pasotti

di Arnaldo Casali

 
 
“In Umbria ho fatto due film che ho amato moltissimo: Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio e Voce del verbo amore di Andrea Manni. Ad entrambi sono molto legato, perché Eugenio mi offrì il suo film subito dopo il successo di L’ultimo bacio, quando sentivo forte l’esigenza di fare qualcosa di completamente diverso. “Voce del verbo amore” è invece la prima commedia pura che mi sono trovato ad interpretare. Una storia d’amore leggera, senza risvolti amari o drammatici, e quindi  anch’essa per me rappresenta una sorta di debutto”.
 
Classe 1973, Giorgio Pasotti, tra i volti più amati del nuovo cinema italiano, in Umbria è ormai di casa. Il film di Andrea Manni, in cui è affiancato da Stefania Rocca – la storia di una coppia che si separa dopo dieci anni di matrimonio per poi tornare insieme - lo ha girato a Terni lo scorso autunno. E proprio alla vigilia dell’uscita nelle sale della pellicola, scritta da Maurizio Costanzo e interpretata anche da Cecilia Dazzi, Simona Marchini e Eros Pagni, Giorgio è tornato a Terni per raccontare “Il mestiere dell’attore” alla platea del festival “Cinema è/& lavoro”.
 
Tu hai una storia molto particolare. Sei nato a Bergamo, ma il primo film lo hai girato a Hong Kong…
 
“Sicuramente ho avuto un percorso non classico per un attore. Non ho fatto scuole di recitazione, non ho fatto teatro. In realtà io volevo fare il medico sportivo, il preparatore atletico. Invece come spesso accade, mentre stai realizzando i tuoi progetti ti capita tutta un’altra cosa. Dopo aver praticato per tanti anni le arti marziali, ho girato il mio primo film non con l’intenzione di fare questo mestiere ma assaporandone i pregi come fosse una vita nuova. Poi venne un secondo film, poi un terzo, e mano a mano mi accorgevo che quest’arte mi interessava. Sentivo di trarre una grande soddisfazione nel recitare, nel muovermi all’interno di uno spazio. E dopo un po’ ho abbandonato l’idea di fare il medico”.
 
Immagino quindi che anche il tuo approccio al personaggio sia non convenzionale. Da quale “porta” entri?
 
“Dall’unica che conosco. Io sono un buon conoscitore di arti marziali e quindi del mio corpo in un determinato spazio. Mi viene molto facile cercare di esprimermi attraverso il corpo. Parto dalla fisicità del personaggio per arrivare alla sua anima. E’ un po’ il lavoro opposto rispetto a quello dell’attore classico, che parte più da un discorso di interiorità. D’altra parte io mi appoggio alle corde che conosco meglio. Non credo che esista un modo perfetto per recitare; ci sono tanti modi. E alla fine tu arrivi al tuo, che non è perfetto ma calza alla perfezione per te”.
 
Quale consideri la svolta decisiva della tua carriera?
 
“Le dirò una banalità: c’è sempre qualcosa che senti che sta per arrivare e che sarà fondamentale. In realtà ci sono attori che hanno fatto più di 200 film, ma ogni film per un attore è il mattone di un muro, ed è difficile allora dire quale è stata la svolta. Forse “I piccoli maestri”, che è stato il mio primissimo film italiano, fondamentale perché mi sono trovato ad interpretare personaggi realmente esistiti, quindi avevo la responsabilità di dar vita a persone che erano realmente tra noi. E’ stata un’esperienza veramente importante, quasi uno shock. La svolta invece legata alla notorietà o a un mio percorso è stato dopo e Lultimo bacio, quando mi sono visto arrivare un sacco di copioni che erano fac simili della stessa storia; a quel punto ho deciso di fare una cosa diversa, e cioè la televisione. Perché non avendo una forza caratteriale, io scelgo i personaggi in base a quanto mi emozionano le storie, e non in base ad un progetto fatto a tavolino”.
 
Cosa ha rappresentato per te “Distretto di polizia”?
 
“Per me che non avevo fatto nessun tipo di scuola, fare una grande serialità è stato importantissimo. Penso di aver imparato più in “Distretto di polizia” che in tutti i miei film messi insieme. Lì tutti i giorni devi calarti nel personaggio in un secondo, e impari, perché questo è un mestiere che si impara sul campo. O hai talento, e allora ti viene tutto naturale e tutto semplice, o sei un bravo artigiano – come io mi ritengo – e allora impari sempre, acquisti sicurezza, ogni film impari qualcosa, anche i tuoi limiti, e cerci di levigare dove sono le lacune”.
 
E’ vera la leggenda secondo cui la troupe di “Distretto” è una grande famiglia dove tutti sono amici?
 
“Sì, ma io sono stato molto fortunato perché ho vissuto parecchie situazioni come quella di “Distretto”; di vivere cioè dei rapporti umani meravigliosi. Con Stefano Accorsi e Claudio Santamaria, con cui ho fatto “Ecco fatto” e poi “L’ultimo bacio”, siamo molto amici,  e quindi c’è questa sorta di famiglia che vado ricostruendo o vado cercando in ogni cosa che faccio. E’ successo anche con il lavoro che ho fatto con Davide Ferrario e Fabio Troiano; non ci limitiamo a fare il film e poi tutti a casa. Ci rivediamo, andiamo a giocare a basket insieme, anche con le persone che fanno il mio lavoro”.
 
Quindi tra i colleghi si trovano anche amici veri?
 
“Certo, poi dipende dal tipo di lavoro che fai. Ci sono tanti modi di farlo, c’è chi lo fa perché legato al successo ai soldi, e chi – come il sottoscritto – perché ci crede e ama questa professione, e io sono sicuro che le persone simili poi si incontrano; a me è capitato sempre così. Raramente mi è accaduto di avere dei brutti rapporti con le persone con cui ho lavorato”.
 
Ti aspettavi il clamore suscitato dalla tua “morte” in Distretto di polizia 4?
 
“No, non sai mai quello che succederà. Il weekend prima che uscisse “L’ultimo bacio” noi speravamo di fare 2 miliardi, era un sogno; invece ne abbiamo fatti 30. Allo stesso modo non potevo pensare che dopo la mia “morte”  in “Distretto” ci sarebbero state decine di persone che venivano sotto casa a vedere se stavo bene. Ma ritenevo che il personaggio, così come era entrato in grande stile, doveva uscire con lo stesso temperamento. Era un personaggio da favola, l’ultimo eroe romantico e non poteva che morire come Romeo”.
 
Eri stanco del personaggio o della serie?
 
“Volevo fare altre cose. Dopo un anno e mezzo ritenevo di aver dato tutto di quel personaggio. E poi la bellezza di questo mestiere sta nel fare più ruoli possibile”.
 
(da Il Giornale dell'Umbria  di venerdì 1 giugno)

 

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