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LA PARABOLA DI TARICONE

di Arnaldo Casali

 
Divo nichilista e cineasta scomodo, creatura della più effimera e vuota delle macchine televisive e ribelle per antonomasia a quello stesso sistema che crea e distrugge mostri; star di un programma come “Uno, due, tre stalla” e autentico contadino che si alza alle sei di mattina e va a letto con le galline, fidanzato della modella del momento (la polacca Kasia Smutniak) e padre di famiglia devoto ai valori più tradizionali. Pietro Taricone è una vera e propria sintesi delle contraddizioni dell’Italia contemporanea e del suo specchio: la televisione.
“Vincitore morale” della prima edizione del Grande Fratello, è diventato celebre per le sue imprese sessuali nella casa più ambita e meno prestigiosa d’Italia, ma è stato anche l’unico  - tra tutti i concorrenti delle sette edizioni del reality show - ad aver rifiutato una carriera basata su trenini, apparizioni al Costanzo Show e programmi frivoli per tentare la carriera di attore “vero”.
Artefice di idee bizzarre come il sindacato degli ospiti di professione, è riuscito – per la sua schiettezza, ma anche per circostanze del tutto fortuite – a conquistare la stima di un regista ‘di nicchia’ come Davide Ferrario. Insieme hanno scritto Parabolico, film ‘maledetto” che Pietro avrebbe dovuto interpretare a fianco di Valerio Mastrandrea, altro personaggio che ha saputo utilizzare una fama senza meriti in un’autentica carriera artistica.
Nato nel momento di massima notorietà di Taricone, all’indomani di un comizio politico che lo aveva visto ‘scendere in campo’ per Forza Italia, “Quando il figlio di Berlusconi mi mandava un aereo per fare una seduta di palestra con lui ad Arcore, Rutelli mi dava del paraculo e voleva sapere se ero davvero di destra e intanto vivevo di quel fenomeno tutto italiano delle ospitate in discoteca”, Parabolico - “una parabola sui guasti della tv, il divismo d’accatto, la popolarità dilagante, l’imbecillità che vince sempre, il nulla dei nostri giorni” - in realtà, non ha mai visto la luce, restando una sceneggiatura, pubblicata da Voir Trade all’interno del volume – firmato dallo stesso Ferrario – Il cinema è un’invenzione senza futuro.
L’unica volta in cui parole e personaggi del film mancato hanno preso vita davvero, è stato lo spettacolo-reading che lo stesso Ferrario insieme a Taricone, Kasia Smutniak e Fabio Troiano hanno messo in scena, per la prima e ultima volta, a Terni nel corso dell’ultima edizione del festival “Cinema è/& lavoro”.

Come è nato il progetto di Parabolico?
 
“E’ nato da un’idea molto semplice: una chiacchierata con Davide Ferrario, che sei anni fa si è trasferito a casa mia per un paio di mesi vivendo quello che mi succedeva in quel periodo, e cioè quella forte e immediata popolarità post Grande Fratello. Un racconto “in presa diretta”, quindi, arricchito dai ricordi del mio “background”. Ne è uscito un testo bello ed elegante, infarcito delle visioni di Davide”.

Il film, però, non si è mai fatto. Perché?

“Per tanti motivi: perché oggi è difficile fare film, perché io non sono un personaggio che “tira” al cinema e su cui, quindi, investire un progetto. E poi perché è una storia durissima, che finisce con l’esplosione della casa del presidente del consiglio. Quindi c’erano non uno ma cinquecento motivi perché il film non andasse fatto, e in fondo che non si sia fatto è stata la fortuna di Davide, perché chiuso questo progetto ha fatto Dopo mezzanotte, che è stato un successone nel rapporto tra costo di produzione e botteghino”.
 
E tu?
 
“Io sono rimasto a giocare con Haibo, il mio cane elettronico”.
 
Questo è un film che parla della tua storia. Parliamo allora della tua storia. Perché sei andato al Grande fratello?
 
“Mi trovavo al momento giusto al posto giusto. In fondo che ho fatto per meritare la popolarità di quei tempi? Bisognerebbe chiederlo ad un esperto di comunicazione. Io ho solo fatto un provino. Un amico mi fa: guarda c’è un format nuovo, danno 100mila lire per ogni giorno di permanenza nella casa. Faccio il provino a giugno, a luglio mi richiamano, ad agosto dovevo partire per fare il militare, e invece ottengo in rinvio proprio perché c’è la possibilità che entri nella casa. A settembre comincia l’avventura. Tutto accaduto per puro caso, senza nessuna velleità”.
 
Insomma non avevi il sogno della televisione, prima di entrarci?
 
“Assolutamente no, le cose – sembra banale – ma mi sono davvero capitate, non ho pianificato né voluto niente”.
 
Cosa c’è di vero e cosa c’è di fasullo nel “Grande fratello”?
 
“Nella nostra edizione era tutto vero. Era una banda di allegri autori e goliardici produttori che si sono lanciati in quest’avvenura in cui nessuno credeva davvero. Invece c’è stata un’esplosione mediatica, senza nessun controllo”.

Tu hai fatto davvero sempre quello che volevi, dentro la casa?
 
“Assolutamente sì, e ho fatto delle cose assurde. Non sono mai stato contenuto, richiamato, reindirizzato. Non so come vadano le cose oggi, ma nella nostra edizione assolutamente non c’era niente di costruito”.
 
E dopo il Grande Fratello, quale è stata la tua vita?
 
“Una buona famiglia, tanta curiosità, una profonda coscienza di quello che mi succedeva intorno, la voglia di non farmi del male e di fare solo le cose che mi piaceva fare”.
 
Per questo sei stato fatto fuori dalla televisione?
 
“Sì, anche se piano piano stiamo risorgendo dalle ceneri!”
 
Comunque resti l’unico, ad essersi emancipato dal Grande Fratello. Anche l’unico del quale non si fa che ripetere quanto è intelligente.
 
“Pensa che brutta impressione devo avere dato quando ero là dentro se oggi basta che dico “buongiorno” per essere considerato intelligente. Pensa che immagine distorta che ho offerto di me”.
 
Forse semplicemente perché eri in un reality show.
 
“Ma io ne conosco altre di brave persone, e anche tanti disastri umani. Al di là di quello che fanno”.
 
Certo, quello che colpisce di te è la spontaneità.
 
“A volte è un limite, essere troppo “vero”. In certi ambienti forse bisognerebbe essere attori e assumere atteggiamenti di circostanza, tenendosi la spontaneità per altre situazioni. Beh, sto cercando di imparare. Mi rivedo cinque o sei anni fa e dico: ma che dicevo? Come mi vestivo? Forse ero più giovane. Ma era fantastico questo modo di approcciare al mondo, con un chiaro delirio di onnipotenza. Quando io dicevo che volevo fare un messaggio a reti unificate, lo pensavo davvero. Ma era un momento talmente strano, e tutto andava così di fretta. Andavo in giro e mi davano 20 milioni per non fare niente. Ero come drogato”.
 
Cosa ti ha salvato?
 
“Un solido ambiente familiare. Mio padre non ha mai rilasciato un intervista e a 60 anni continua a fare la sua vita e non glie ne frega niente. Mia madre fa lo stesso e mi dice ancora di prendermi la laurea. Io non c’ho niente da perdere, perché se mi va male torno in un ambiente fantastico. Se perdo questo treno prendo un auto confortevolissima, che è quella di casa mia”.
 
Non è da poco.
 
“Ma scherzi? Questo è tutto”.
 
Se pensi che lo stesso Maurizio Costanzo ha ammesso di essere “teledipendente”, dicendo che se va un mese in vacanza già gli manca la televisione. Questo è quello che porta poi a fare qualsiasi cosa pur di stare in video. Tu che appartieni ad una generazione che è cresciuta con il mito della televisione, e se diventato famoso con una trasmissione che aveva come obiettivo solo quello di stare di fronte alle telecamere, eppure riesci a starne anche lontano. Non è da poco.
 
“E’ vero anche che le offerte mi arrivano e mi sono sempre sentito con un piede dentro, mai totalmente fuori. Sicuramente io sto bene così. Quello che mi viene proposto lo valuto con estrema serenità, non ci stanno altri fattori se non il piacere di fare le cose. Cerco di tenere sotto controllo il fattore economico, l’autororeferenzialità, cioè il piacere di esserci; cerco di fare come uno shacker: un po’ di qualità, un pizzico di denaro, una sana presenza video ed esce un cocktail. E’ come la Coca Cola; gli ingredienti sono segreti, ma è buona e vende”.
 
Vuoi diventare una Coca-Cola?
 
“Magari, e stare sui tavoli di tutti gli italiani: il bicchiere di Taricone”.

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