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SALVATORES IN FUGA DA HOLLYWOOD

di Arnaldo Casali

Salvatores%20premio_0085 da te.

“Se dopo l’Oscar sono stato tentato da Hollywood? Certo, mi hanno subito proposto di trasferirmi là. Ma io non mi sentivo ancora maturo per quel tipo di esperienza, e ho preferito tornare a casa, e - anzi - di fare un film italianissimo e meridionale come Sud, quanto più lontano da un’opera hollywoodiana”. E’ sempre stato un uomo con i piedi per terra, Gabriele Salvatores, che giovedì sera ha ricevuto al cinema Fedora il premio per il lavoro nel cinema. Vincitore di un Oscar per Mediterraneo, imprenditore multimediale (la sua Colorado produce film, libri, fiction, spot televisivi, programmi di cabaret e persino videogiochi), tra i pochi registi italiani ad aver agguantato quasi solo successi, non si è mai montato la testa e ma non si è accomodato sugli allori, ma in 25 anni di carriera ha continuato a sperimentare, mettersi in discussione, esplorare nuovi territori.

Mediterraneo è considerato il secondo capitolo della trilogia della fuga. Dunque anche tu, a Hollywood, hai scelto la fuga.

“Non è stato difficile: quella sortita agli Oscar noi l’avevamo presa  fondamentalmente come una vacanza pagata, tanto che Diego Abatantuono ne approfittò per andare a Disneyland. In quel periodo eravamo in Messico a girare Puerto Escondido in condizioni pazzesche. Per noi, anche farci fare la doccia in albergo era una gran bella novità. E io continuo a considerare quell’Oscar solo un grande colpo di fortuna”.

Cosa ricordi di quelle giornate?

“Diego che sbagliò l’entrata del teatro restando fuori per tutta la prima parte della cerimonia, e poi la nostra grande disorganizzazione. Eravamo così convinti che non avremmo vinto che non c’era nemmeno un fotografo al nostro seguito e non era stata organizzata nessuna festa. Ma ebbi l’occasione di cenare con Billy Wylder. E quello fu l’aspetto più bello di quell’esperienza”.

Il tuo cinema spazia attraverso molti generi, eppure mantiene una poetica inconfondibile.

“Credo che rifletta i momenti che attraverso nella mia vita. Prima si parlava della trilogia della fuga dei primi anni ‘90. In questo periodo, invece, mi accorgo che ritorna nei miei film il tema dell’infanzia e dell’adolescenza: c’era in Io non ho paura e Quo vadis baby, c’è nel film che uscirà il 12 dicembre - Come Dio comanda  - e c’è anche nel mio nuovo progetto, ancora in fase embrionale. Probabilmente perché sto attraversando un’età della vita in cui sente in modo particolare la paternità”.

(da Il Giornale dell'Umbria del 18 ottobre 2008)

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